Санкт-Петербург, Piter, San Pietroburgo, Leningrado?

M’era rimasta nel cuore, la Grande Madre Russia. Ad agosto 2004 ci ero andata la prima volta.
Saranno gli occhi, taglienti come il vento, dei poliziotti che ti fermano e ti chiedono i documenti. Sarà che quei caratteri, attorcigliati come uncini, erano diventati un po’ una perversa sfida personale tra me ed il cirillico. Saranno gli occhi infossati in sogni fatti di droghe collose di quei milioni di bambini che abitano le metropolitane, a Mosca, simboli stanchi di fascio, e abrasione culturale.
Una cosa, invece, avrei voluto  evitare con grazia: la via crucis del visto. Per entrare, infatti, devi dichiarare tutto. Chi sei (gran bella domanda), che lavoro fai (e qui si fa tutto molto complicato), la tua età (anagrafica?mentale?). Domande legittime, fin qui. Che macchina guidi? Quanti anni avevi quando hai baciato il tuo primo fidanzato? Quando sei stata al bagno l’ultima volta, e perché? Viene richiesta anche un’assicurazione medica speciale: “in caso ti facessero a fette”, m’ha detto scherzando un’amica, “l’assicurazione copre le spese per la tua impacchettatura sotto vuoto”. “Buongiorno, cosa le diamo oggi?”. Mi faccia due etti di Vanessa. E’ bello quando i tuoi amici capiscono e non sottovalutano mai le tue scelte di viaggio.
Via crucis, o no, io, in Russia ci sono tornata.

Prima tappa San Pietroburgo, appunto, chilometro zero.  Ci arrivo ovviamente in aereo: parto di notte dalla capitale di Hibernia, tramite una breve ed addormentata tappa di un’ora a Riga, e atterro nelle prime ore di un meraviglioso 4 settembre a Санкт-Петербург, San Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado a seconda delle epoche, o “Piter” per quelli cool che lì, ci abitano.
Del 2004, era rimasta intatta un’immagine: la hall degli arrivi con una frontiera smisurata, nei miei ricordi, e attorno a me genti di ogni dove che roteavano e qui venivano a confluire, dall’Armenia al Turkmenistan, alla Moldova. Nel 2010, invece, ad accogliermi un piccolo gabbiotto: al suo interno, una minuscola ma alquanto disarmante poliziotta dal rossetto color ciclamino, ed un enorme timbro che, dopo adeguati controlli, sbatte con inaudita forza sul mio passaporto e me lo restituire dicendomi “Welcome back”, in inglese, che mi fa sempre un po’ tristezza, perché ogni tanto è elettrizzante non capire assolutamente niente di quello che ti viene detto.  I timbri sui passaporti sono una delle gioie incomparabili della mia vita. Il timbro indica la fatica che, in alcuni casi, hai fatto, per entrare a vedere com’è, la vita, là, oltre quel confine, oltre quelle certezze quotidiane che vengono sgombrate nel momento in cui bussi ed entri in un luogo dove tutto sarà “altro”.

Esco dall’Aeroporto Pulkovo. I circa 17 km che lo separano dalla città li faccio su uno dei numerosi marshutky, che non sono dei medicinali, ma dei minibus sgangherati. Il guidatore sembra un folle, con circa 32 sigarette in bocca, e così tante icone ortodosse appese sui finestrini che la prima domanda a frullarti nella testa è “come fa a vedere dove va?” Sali, lo paghi un niente, ma sputando un po’ di catrame ti sorride quando gli dici “Спасибо большое” perché penso che basti poco a volte per superarli, i confini. Un sorriso, spesso ma non sempre, aiuta.
La mia casa a San Pietroburgo si chiamava Cuba Hostel (www.cubahostel.ru).

Di fronte alla porta,  un momentaneo attimo di terrore, e quella vocina che mi sussurra, “avresti fatto bene ad andare a Rimini”. L’indirizzo diceva Kazanskaya Ulyza, numero 5. Davanti a me, un androne parato a festa con cocci rotti, bottiglie disintegrate, e mattoni a pezzi. Mai fermarsi alle apparenze: al massimo, se le cose si mettono male, corri. Non mi fermo, e salgo quelle scale scalcinate e mi si apre davanti uno degli ostelli più puliti in cui abbia mai soggiornato. Pago, pochissimo, il mio letto, e sgancio lo zaino in camera. Sistemo l’indispensabile nella borsa (Nikon, fazzoletti e bottiglia d’acqua), e mi cucio addosso i documenti di viaggio (passaporto e biglietti dei treni) e si parte, a piedi, per vedere se Piter, in 6 anni era cambiata.

Piter è come un gioco di prestigio ben riuscito, pulito e senza esitazioni. Si divide in due, di notte, con i suoi ponti che si alzano, e lasciano entrare le navi. Non esiste un modo di traghettare da una parte all’altra dopo la mezzanotte, e la mattina è la sola soluzione per ritrovare la via di casa senza volare giù nella Neva. Piter è l’Hermitage, dove Matisse, Caravaggio, Picasso, Kandinskij si rincorrono tra il Palazzo d’Inverno,  e le altre sezioni di quella che compone una delle collezioni d’arte più ampie del mondo. Piter, è poi la chiesa del Salvatore sul Sangue Versato: davanti a questa chiesa cangiante, per uno dei tanti zar la vita si ferma, alla fine del 19mo secolo, per mano di uno dei tanti anarchici che compongono le pagine della storia dell’uomo. I nomi dei re restano, stranamente, anche se spesso sono gli stessi: Alessandro I, Elisabetta II, Pietro III. Restano anche se le decisioni prese da quei nomi tutti uguali sono orrende, o disumanizzanti. I dettagli di slanci di  insofferenza sociale, invece, restano spesso innominati nell’eternità. Peccato no? Prendiamo questo caso nello specifico: a pochi metri dalla chiesa, una prima granata uccide il sosia di Alessandro II. Come si chiamavano quei pezzettini di carne che saltavano per aria? Questa persona X era felice di fare la controfigura? Gli piaceva giocare a scacchi? Non lo sapremo mai, ed è un peccato no? A questo punto, stordito ma salvo, il sovrano scende dalla carrozza, per andare a chiedere spiegazioni ad un complice del sovversivo. Cosa si saranno detti, in quella frazione di secondo che precede il sipario? Sei tu. Sono io. E’ ora. Che peccato. Non posso rimanere, vero? Piter è il cimitero Tichvin dove sognano Dostoevskij e Tchaikovsky, ed anche il Teatro Mariinskij dove Nureyev e Baryshnikov disegnavano la luce con i loro passi leggeri.

E’ già ora di partire.
Vagone 3, letto 17. Ore 23,55. Krasnya Strela.

Io e tre meravigliosi uomini d’affari russi, che detta così sembra un po’ una situazione promiscua. Scarpe lucide, computer che neanche Bill Gates, Rolex grossi come cipolle, ed enormi cravatte. Io, un”idiota totale. Li guardo, con gli occhi un po’ fuori dalle orbite. E guardo l’interno dello scompartimento. E poi di nuovo loro. E mi siedo. E sorrido, come una dodicenne ormonale. E li riguardo. Attendo, scodinzolante, un cenno. Una direzione. Come si fa ad aprirlo, il letto?!?! E la direzione arriva. Come un arcangelo sibillino, lui, Dimitri Serghejevich Sokolòv, mi illumina di immenso e, con fare piacione, mi mostra come si aprono i letti su quel treno. E sorride, di nuovo quando gli dico “Спасибо большое”. I sorrisi, spesso, aiutano. Il treno parte.

750 km, 8 ore, e tra poco sarà Mosca.

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3 Commenti su “Санкт-Петербург, Piter, San Pietroburgo, Leningrado?

  1. Martina

    Vane aspettavo il racconto della Russia con ansia!!! E’ bellissimo!! Aspetto il prossimo….ti abbraccio e ti faccio un sacco di pubblicità…

  2. Angelo da Mesagne

    Della Russia conosco soltanto Mosca, città nella quale ho vissuto a tratti lungo 3 anni della mia vita. Mosca e San Pietroburgo/ Pietroburgo/Leningrado/San Pietroburgo sono città diversissime eppure uguali; sono gli spazi infiniti che ti si aprono davanti dopo quel timbro che un clone della милиция di frontiera (la donnina che hai incontrato all’aeroporto è la stessa che innumerevoli volte ho incontrato a Mosca!…sarà che hanno una grossa fornitura di rossetto color ciclamino da esaurire???)ti esplode sulpassaporto…
    …e siano le cupole ed il lago Onega di Leningrado,siano i 9745 km per Vladivostock pomposamente annunciati a Mosca accanto ai soli 3200 per la Древний Рим (antica Roma)quasi a segnalare quanto la Terza Roma (Mosca) sia vicina alla Prima, sono questi spazi a darti il benvenuto, quello vero, questo sì , finlmente non in Inglese!

  3. tom

    Cazzo (spero sia concesso nel tuo blog).
    voglio sapere di più di san Pietroburgo. Così non è valido….
    vorrà dire che aspetterò il prossimo racconto

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