Australia parte 2 ● Nuovo Galles del Sud

Riguardo nel tempo a quel viaggio, ora, dopo quasi 4 anni. Tornando indietro a quei giorni australiani, ritrovo in me una leggerezza che è sparita negli anni a venire a causa di una vita che strappa spesso il sorriso dal cuore. Dall’altra parte del mondo, scrivevo email impalpabili ai miei più cari amici. Provo un orrore profondo a pensare che alcuni di loro ormai non sono più qui con noi.

Le lotte con il fuso orario mi avevano portata subito a camminare per questa città semi-deserta. Ho visto l’alba nei Giardini Botanici dove, per la prima volta, scoprivo molti degli animali che poi mi avrebbero accompagnata per il mio mese “down under”. Ibis grassocci e pipistrelli grandi come prosciutti appesi a testa in giù chiamati flying foxes mi accoglievano in un mondo che sembrava fantastico. Ho preso una nave, poi, e sono andata a fare una mini-crociera a Port Jackson: di quelle tre ore in giro per il porto naturale più grande del mondo, mi sembra di sentire ancora ora il vento sul viso. Da lì, ricordo la passeggiata sull’Harbour Bridge: c’è chi lo scala, c’è chi da lì si butta. Io, con le trombe di Eustachio un po’ compromesse, ho preferito semplicemente attraversarlo per arrivare dall’altra parte. Tendiamo all’Altro, continuamente.
Tendiamo ad una riva ulteriore. I ponti, per questo, sono da sempre una delle costruzioni civili che preferisco.

Lì sotto – lei. L’Opera House. Un ventaglio che sembra fatto di madre perla. I mille tasselli che coprono le sue vele variano di colore a seconda da dove la si riesce ad ammirare. Si creano delle onde impalpabili, a guardar bene, sulle sue volte. Se chiudo gli occhi, non riesco a rievocare chiaramente ogni dettaglio di questo edificio, ma percepisco sulla pelle un senso di delicatezza. Delle sue sale interne, ricordo le linee geometriche regolari ed i colori accesi della moquette rossa, viola, ma soprattutto torna alla mente il momento in cui, per caso, accedo alla sala delle prove dell’orchestra locale. Sono tutti lì, ma corrono sul pentagramma ed è complesso stargli dietro. Tanto vale lasciarsi andare. Le note, chiare e luminose come le sentite là dentro, non le ho mai più sentite.

Di là dal ponte, ad accogliermi c’è un luna park da film, da brivido: una gigante bocca di pagliaccio spalancata mi diceva “Vieni dentro, fatti mangiare”. Ricordo di aver pensato a come quel buffone truccato facesse pensare ai visi di molti politici europei. Mi sono poi lasciata inghiottire da specchi deformanti, bambini sull’orlo di una crisi di nervi, genitori ormai in cura presso ottimi psichiatri, papere di plastica e tiri a segno.

Di Sydney, ricordo ancora una cosa: le colazioni a Lindsfield a casa del papà del mio amico Kangaroo. Marmellata di lime. Mango fresco intagliato come un mosaico. Pane croccante. Serviti con semplicità in un giardino pieno di fiori geometrici e di tartarughe piccole come un ciuccio. A volte, i profumi risultano molto più forti delle fotografie nel lungo termine. Chiudo gli occhi. Sono per un istante ancora lì.

In quella parte d’Australia ho visto anche le Blue Mountains. Ci sono andata con Papà Kangaroo che, stoicamente, guidava per 300km per farmi vedere questa meraviglia. Sono blu, questi monti. Sono blu perché gli eucalipti che le rivestono rilasciano dei gas che a contatto con i raggi solari diventano cobalto. Preziose, come zaffiri. Di quel giorno, porto con me le immensità dell’Australia. Respiro.

Poi ho visto Bondi Beach. Ho finalmente guardato per ore i surfisti. Ormoni impazziti. I miei, non i loro.
Difficile fare il bagno per calmare i bollenti spiriti. So nuotare, ma non so come comunicare con gli squali che, lì, sembrano essere mattatori abituali tanto che la spiaggia è disseminata di reti protettive per proteggere i bagnanti imbecilli come me dai loro attacchi. Di Bondi, ricordo un’altra cosa: un cartello appoggiato su una delle pietre rigorose che la incorniciano. Il segnale raccontava una leggenda sugli inizi del mondo. La riporto in questa pagina. Di Bondi, il colore delle rocce è andato a colorare la mia anima.

Di quella parte d’Australia, porto con me un altro souvenir. Doyle’s. Lì, davanti ad un oceano indaco, ho passato l’ultima mia giornata nel New South Wales. Da lì, quella mattina, era partita una ragazzina, di cui ora dimentico il nome, per iniziare il giro del mondo in solitaria. Ho guardato la sua barchetta allontanarsi dalla costa con Papà Kangaroo e Zia Kangaroo. Si sentiva già sola, quella ragazzetta? Stare davanti all’oceano per me era come stare sopra le nuvole: mi sono sentita allo stesso tempo parte del tutto, e al di fuori del tutto.

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Un commento su “Australia parte 2 ● Nuovo Galles del Sud

  1. Pollicina

    Bello, bello, bello. Foto splendide, tanta voglia di andarci … soprattutto in una giornata grigia come oggi! E’ un piacere leggerti!

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