‘Cause we’re lovers, and that is a fact (3)

Ormai sono passati due mesi e mezzo dall’ultima lettera d’amore (qui e qui). Lo so che siete lì che fremete. Che di notte, come me, non dormite. Che è ora di una nuova dichiarazione di passione. E allora, pronti. Si va. Portatevi una bottiglietta d’acqua e magari un fazzoletto, perché questa lettera sarà sudata. Perché Torino, io, lo amo anche d’estate.

E d’estate, mi piace guardarti quando gli altri ti guardano e ammirano i tuoi tram scassati arancioni. No, non quelli nuovi grigi che sembrano dei tuberi. Gli altri, tipo il 15 o il 16, che arrivano e sembra che arrivi la banda. E ti devi arrampicare su, per salire. E i sedili sono di ferro e legno. E chiudi gli occhi, e ti ritrovi negli anni Trenta, Quaranta forse.

E d’estate, mi piace guardare quei tre o quattro che, come me, restano e non vanno alla spiaggia o in montagna o restano semplicemente bloccati in autostrada. Sfrecciano su biciclette da corsa o olandesine dipinte e lo so che lo fanno perché hanno caldo e almeno così riescono a prendere un po’ di fresco. E almeno così non si appiccicano le ruote sull’asfalto.

E d’estate, ma poi sempre, mi piace la tua Feltrinelli a Porta Nuova. Perché fa fresco, ma soprattutto per altri due motivi pazzeschi. Il primo è che ogni volta che entro, arrivando da Corso Vittorio, c’è una gigantografia di Ligabue e benché la veda da anni, ogni volta mi giro irrimediabilmente perché mi sembra di sbattere contro una guardia della sicurezza , oppure penso che io e Ligabue siamo finalmente nella stessa stanza e che lui mi ha dedicato quella canzone che “Conosco una ragazza di Torino”, ma poi capisco che no, non è Ligabue. Il secondo motivo è che alla Feltrinelli di Porta Nuova, tu entri e sei attorniato da un profumo a dir poco rinascimentale di vaniglia. Da dove venga, e perché sia sempre presente, non si sa. Segreto di Stato. Primo mistero glorioso di Fatima.

E d’estate, ma poi anche questo sempre, ogni volta che vado a Porta Nuova a prendere il treno, lo faccio apposta e passo da via Volta, e all’angolo con Corso Vittorio mi viene da sorridere perché c’è uno specchio ed in alto c’è scritto in italiano ed in inglese: “Torino canta la vita”, “Turin sings life”. E non puoi non sorridere, anche se hai voglia di urlare o piangere, perché bisogna cantarla, la vita.

E questo invece, sempre: la Sfinge. No, non quelle affascinanti dell’altrettanto seducente tuo Museo Egizio. La Sfinge che ti accoglie nella rotonda dell’autostrada per Milano fin dalle Olimpiadi invernali. Se sto partendo, sembra che mi dica: “Vai tranquilla. Ci penso io, a Lei”. Se sto arrivando, mi sorride e sussurra: “Torino è stata bene mentre eri via. Bentornata, sei a casa”.

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