Cronache Danesi – Percorso costiero ● La vita è bella nonostante le scarpe possano esplodere

La vita è piena di sorprese, ma a volte ce ne dimentichiamo.
Ci spremono la fiducia con immagini imbarazzanti di bombe, di fame, di fuga. Facciamo finta d’essere impegnati con il lavoro, con la famiglia, con la spesa al supermercato, ma nella parte più nascosta del cuore, lo sappiamo che è splendido ricevere una sorpresa. Per me, le situazioni più inaspettate nascono davanti alla natura: pensi che la vecchia e affascinante Europa non riesca più a sconvolgerti, perché hai visto tutto, hai ascoltato Parigi, hai camminato per le vie raffinate di Londra, hai corso lungo le stradine sconvolte della Toscana. Per me, la Danimarca, prima di arrivare qui, era sinonimo di .. Danimarca. Non so nemmeno io cosa mi aspettassi, realmente, da questa nazione. Quello che ho visto in questi weekend, sul Baltico, è stato proprio un episodio unico di bellezza sconfinata e rara ed irripetibile e ho sentito di nuovo quanto è bella la vita e quanto è forte la forza che il viaggio dona a chi ne gode.

Il primo pezzo del mio magico itinerario costiero si allunga per circa 40 chilometri e prende il nome di Stevns Klint. E’ un salto di 41 metri a picco sul mare, questo pezzo di Danimarca, ed è pieno di fossili e di ricordi di ere geologiche scomparse ma pur sempre presenti. Qui cammini su una parte di Europa che è vecchia 60 milioni di anni: se guardi bene, ti sembra quasi di vedere nascere le Alpi, gli Appennini, e l’Himalaya, ma senti che la terra traballa. I vulcani si danno da fare, pensi. Il quadro di grande allegria geologica viene sgualcito, però, in modo repentino: la metà degli organismi viventi prende baracca e burattini, e bum! Via! I dinosauri sembrano essersela presa a male più di altri, perché non sono mai più tornati. Che carattere ostico.

Si sa, alle feste ogni tanto c’è qualcuno che non ti permette di digerire bene. 60 milioni di anni fa, ad interrompere la frenesia ballerina della terra arrivano, a seconda dello studioso, i seguenti invitati: radiazioni solari ultraviolette rubano l’invito ad accomodarsi sul nostro meraviglioso pianeta allo scudo dell’ozono che, per motivi ancora da verificare si era dissolto; l’anidride carbonica arriva a braccetto dell’effetto serra e sconvolge i piani di molti, prime tra tutte le piante; l’oceano artico si ingolfa in quello atlantico e ribalta, altezzoso, le temperature delle acque non permettono più il surf, in primis, alle ammoniti; in mezzo a questo gran casino, c’è chi racconta che un asteroide del diametro di 10 chilometri cozzi ad una velocità di circa 100mila chilometri all’ora con la Terra. Io non c’ero, mi fido della scienza.

A raccontare di questo enorme party finito nel peggior dei modi, per fortuna, però c’è Stevns Klint: mi piace pensare a queste scogliere come ad una specie di blog ante litteram che ritaglia gli eventi di quell’era. La base di Stevns Klint è bianca, ed è gesso, e ti macchia le mani se la tocchi: si tratta di un mix finissimo di conchiglie microscopiche contemporanee ai dinosauri. Se sei fortunato o hai circa 32 ore da passare a Stevns Klint (tempistiche di cui ahimè io non dispongo) dicono che nella parte bianca di queste scogliere puoi trovare dei fossili di ricci di mare, denti di squalo o di belemniti (le famose belemniti!). Lo strato più alto è formato da calcare duro composto da quel (poco) che rimane degli scheletri da altri animali dal nome alquanto bizzarro, ovvero i briozoani.
Tra il gesso ed il calcare c’è uno strato che andrebbe a racchiudere ciò che rimane del periodo in cui la festa è stata interrotta di malo modo. Pur avendo decantato conoscenze geologiche (che non ho realmente), mi sento in dovere di condividere con voi la mia personale teoria sugli eventi che ci hanno regalato Stevns Klint: secondo l’autrice di questo blog, tutte queste specie non si sono estinte per l’arrivo di un meteorite, o perché la temperatura del globo si è alzata. Avevano dei nomi improbabili. Voi la invitereste ad una festa una che si chiama Briozoana? Io no.

Su una delle vette più belle di Stevns Klint, c’è una chiesa che, come di regola, ha un nome meraviglioso, ovvero Højerup. L’edificio originale viene costruito alla fine del 1200. Furbissimi, gli ingegneri civili dell’epoca (si sa il XIIImo secolo vede l’apice dell’ingegneria civile danese) l’avevano posizionata proprio a picco sul mare pensando che il buon dio, o la salubre provvidenza la tenesse su, e che il vento e le intemperie non la scalfissero. Ah i sognatori. Una parte della chiesetta e una sezione del cimitero crollano, ovviamente, nel 1928. Gli ottimisti come me pensano: “E’ stata su per più di quello che era possibile immaginare”. I sognatori, allora, per ammorbidirci l’animo, cominciano a raccontare una storia: dicono che, ogni notte di Natale, le mura nuove fanno un passo di pollo verso l’interno. Un passo di pollo. Ma quanto ampio è, un passo di pollo?

La seconda parte del mio tragitto costiero mi ha portata da Møns Klint, sull’isola di Møn, e poi da lì su uno dei miliardi di ponti che uniscono la Danimarca ho proseguito verso Nyord, sull’isola omonima. Mentre camminavo sulla spiaggia color perla di Møns Klint, mi sono sentita libera, in modo netto ed immenso. Coi piedi a bagno, il Baltico che rollava sereno e turchese di fronte a me. Per arrivare in questa fine del mondo ho fatto 660 gradini all’andata (e non è stato male) e 660 al ritorno (e lì sì che c’è stato da ridere) ma mi sarei arrampicata per sempre, sudando come una vacca indù per vedere dove la terra danese salta per quasi 130 metri a picco sul mare.

In testa un’idea che vorrei esser mia, mentre in realtà è di uno dei miei autori preferiti, ovvero Alessandro Baricco:
“Si sentiva il mare, come una slavina continua, tuono incessante di un temporale figlio di chissà che cielo. Non smetteva un attimo. Non conosceva stanchezza. Non conosceva clemenza.
Se tu lo guardi, te ne accorgi: di quanto rumore faccia … Tutto quell’infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco. Non lo spegni, il mare, quando brucia la notte”.
Mi bruciava l’anima di gioia, e lì davanti a quelle pareti perlacee ho sentito come un flusso impossibile da spezzare, che la vita è fatta di diamante, e brilla, e splende, e ride.

Nyord è un’altra isola danese, unita a Møn da un ponte stretto e stracolmo di pescatori. Non che i pescatori siano sempre lì. Quando però ci sono passata io a circa 30 chilometri all’ora per fare le foto mentre guidavo (consigliabilissimo!), il ponticello era addobbato di canne e lenze e cappelli verdi e quegli stivali alti che soltanto ai pescatori possono stare bene. Fino agli anni Sessanta, ad unire le due isole, c’era solo una chiatta postale. A volte, però, lo spazio non era sufficiente per il trasporto degli animali che finivano per diventare provetti nuotatori a lato dell’imbarcazione.

A Nyord poi sono successe due cose: una buffa ed una romantica. Parto da quella buffa perché lo so che a voi interessa maggiormente la parte in cui mi rendo ridicola davanti alla comunità danese. In breve, mi è esplosa una scarpa. Mi spiego meglio: tempo fa sulla mia Hibernia ho comprato un paio di scarpe da ginnastica, avete presente quelle che in teoria dovrebbero farti venire un sedere di amianto se le indossi quando cammini o fai sport? In parte, quelle scarpe io le ho comprate perché speravo che la pubblicità non fosse mentoniera, ma soprattutto perché mi piaceva il colore. Rosa e bianche, simile ad un’aragosta.
Nyord è piccola, quindi ho deciso di non indossar le mie magiche scarpe per farmi un giretto tra le casette impagliate. Le ho lasciate in macchina, al caldo, alla malsana temperatura di 27C. Dopo un gelato, un caffè ed un pezzo di torta in un locale che vendeva anche una varietà a dir poco imbarazzante di liquori (dal limoncello alla grappa al rum dominicano), dopo aver dato un’occhiata alla chiesa ottagonale, dopo aver assistito alla scena romantica (che vi racconto tra poco, non temete!), sono tornata alla macchina e ho sentito un botto. Badabum! Ho avuto esperienze tra il mistico e l’improbabile in passato con le auto (avventure che incluso la perdita di una targa e di un cambio), perciò mi sono preoccupata ma soltanto fino ad un certo punto. Nelle vicinanze, tre motociclisti duri e puri che mi guardano quando si rendono conto che la macchina da cui proviene il rumore gracchiante è la mia. Mi guardano come per dire: “Fai qualcosa. Quella macchina è viva!”. Mi avvicino, ridendo nervosa come un tostapane, apro il bagagliaio e … una scarpa era esplosa, o meglio implosa. Il cuscinetto che dovrebbe provvedere a regalarmi un sedere da favola non c’è più. Solo a me capitano cose del genere. Lo so e ne vado fiera.

Prima di rendermi ridicola davanti alla comunità motociclistica danese, però, ho assistito ad un film. Poco prima di arrivare al paesino che costituisce l’unica comunità dell’isola, mi sono fermata nei pressi d una spiaggia. Come nei migliori film, ho pensato per un istante d’essere sola. Poi mi sono girata e vicino a me c’erano due persone: lui alto biondo bello come un dipinto. Lei avvolta da un velo islamico e splendida. Si tiravano l’acqua addosso. Hanno riso per un po’, probabilmente dicendo “Guarda quella povera stronza a cui tra poco esploderà una scarpa”, e poi si sono avvicinati e si sono abbracciati. Non lo vorreste anche voi un amore così. Puro. Scanzonato. Leggero come il vento. In testa una canzone di qualche anno fa:

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2 Commenti su “Cronache Danesi – Percorso costiero ● La vita è bella nonostante le scarpe possano esplodere

  1. Ivic :)

    Se chiudo gli occhi mi sembra d’essere lì con te. Hai una bella visione del mondo. Anche le situazioni meno piacevoli diventano buffe tramite la tua ironia. Ivic

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