Cronache danesi ● Quando la vita prende una gran svolta

Uno dei personaggi di uno dei libri di uno dei miei autori italiani preferiti (che molti di voi, oh amati lettori, odiano) ad un certo si domanda: “Mi chiedo cosa mai stiamo aspettando?”. La risposta che gli arriva è tipica del mio scrittore amato, e quindi, ve la risparmio. Aspettarsi qualcosa è un po’ pigro e superficiale, non pensate? Dopo tutti questi anni di vita, pieni di sole, sale, amarezza, ansia da prestazione, sorrisi splendenti, mi dico che è molto meglio andarselo a prendere, quel qualcosa. Se ci pensa poi, dov’è che si aspetta? Si aspetta nelle sale degli ospedali, alla stazione un treno che è in ritardo, dal medico, dal dentista, dal geometra. Si tende ad aspettare quel qualcosa in posti inutili, e che un po’ ti sfiancano.

La vita splende di più quando decidi che è venuta l’ora di alzarsi ed andarsi a prendere una nuova avventura. Ho imparato che è pericoloso aspettarsi cose grandi, alte, enormi ed eterne, e che niente dura davvero, nemmeno le genti. Ho imparato che è l’attimo che ti riempie il cuore di serenità e che la felicità è un concetto storpio, claudicante, e stupido. Io, quest’avventura in Danimarca, me la sono andata a prendere. Stasera è la serata delle citazioni letterarie, mi scusino i miei lettori, ma un altro scrittore italiano fa dire ad un personaggio che ho incagliato la mia adolescenza: “A volte bisogna fare un salto fuori dal cerchio che ci hanno disegnato attorno”. Era diventato troppo facile starsene su quel divano, e guardare un cielo che era splendido ma che aveva iniziato a mostrare sempre le stesse sfumature.

In queste ultime settimane danesi, ho fatto davvero di tutto. La prima cosa bella che stasera ho deciso di raccontare è stato il weekend con il mio amico Kangaroo che è venuto a trovarmi dalla mia ormai ex Hibernia. Siamo stati a Copenhagen, il che farebbe pensare a quella benedetta statua della Sirenetta, che tutti vanno a vedere per poi dire che era piccola, brutta e piccola. Ho già detto che è piccola? Noi, invece, oltre a vedere tutta la città in mezza giornata, siamo stati ad una mostra di sculture fatte con la sabbia, proprio di fronte all’Opera House. Io non sono capace di creare niente con le mani. Non so cucire, non so praticamente nemmeno cucinare, non so dipingere. Quando, quindi, mi trovo davanti a certe creatività mi stupisco, o meglio mi instupidisco, e ridivento un po’ bambina.
Era una mostra che rappresentava le opere di artisti da tutto il mondo: chi ha creato un vichingo, chi degli alieni, chi una versione ridotta ma fedelissima di Copenhagen, chi si è rifugiato in un mondo immaginario, popolato da figure mitologiche, di cui una delle migliori era questo Uomo Coniglio enorme. Era sabbia, ma se ti fermavi per un istante pensavi che in realtà a guardarti, lì, c’era il mare. C’era il vento che avrebbe dovuto spostare tutti quei granelli qui e là, era la natura che si era antropomorfizzata passando attraverso le mani di chi vola, con la sola forza della fantasia. Era un ambiente leggero, distaccato dalla realtà che spesso diventa rigida, e ruvida.
Dumas Padre diceva che l’arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. E’ un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude. A quella mostra c’era un po’ di tutto: la passione di chi arrivava dal resto del mondo per creare mondi effimeri, la miseria povera del materiale usato, il vento aspro che batteva contro i sogni, ed un terreno rude sballottato dal traffico di Copenhagen.

Con il mio amico Kangaroo siamo poi andati a Tivoli che è il parco dei divertimenti della capitale danese. Io ho passato praticamente tutto il tempo ad avere paura e ad urlare. Va sottolineato come abbia urlato su giostre talmente poco spaventose che i bambini che erano seduti vicini a me mi guardavo pensando “Ci stai imbarazzando”. Il mio amico è stato coraggioso come al solito, ed è salito sulle giostre più spaventose, ed io urlavo, mentre lo guardavo salire per aria con i piedi appesi nel vuoto. L’unica giostra che amo con tutta me stessa è la vita, è il giorno che scorre, e che ti cambia.

Quelle di Tivoli, immerse nel profumo di un’epoca che non c’è più, adornate da pavoni che giracchiano ovunque e di zucchero filato che ti appiccica le mani, a me, hanno solo fatto venire un po’ di mal di stomaco. Dentro a Tivoli ci sono decine di locali. Sono riuscita, tramite il consiglio di una saggia collega vichinga, a prenotare un tavolo presso il ristorante dei Fratelli Price: Adam e James hanno aperto il loro mitico locale dentro alla Glassalen, che doveva essere utilizzata come una sala da concerti ma che in realtà dona l’opportunità ai clienti fortunati di godersi un altro aspetto eccezionale di quella giostra chiamata Vita, ovvero il cibo. L’atmosfera, il cameriere occhialuto che ci ha servito del vino indimenticabile, l’Arlecchino simbolo del ristorante, la mia brevissima love story virtuale con uno degli chef, e poi il concerto jazz appena usciti sul prato di fronte a questo tempio del cibo. Mi sembrava, come solo in un viaggio può accadere, di esser completa. Di essere in equilibrio. Peccato che il cantante sembrasse un porno divo, ma quella è un’altra storia.

Il giorno seguente siamo andati sull’Isola di Orø sul fiordo Isefjord dove vivono soltanto 850 persone su quattordici chilometri quadrati di vento e mare, legati al resto dello Sjælland da un traghetto giallo, pilotato nel nostro caso da un biondo marinaio barbuto che sembrava uscito da una saga nordica. Orø ha una piccola chiesa che risale al dodicesimo secolo, e dietro d’essa c’è un cimitero. Ora, io non sono né una necrofila, né tanto meno una persona dal carattere gotico, ma come raccontavo all’inizio di queste cronache danesi i cimiteri qui sono speciali. Ti viene da pensare che ci si possa davvero riposare, qui, se solo esistesse l’eternità. Ogni tomba riporta la frase che mi ha toccato il cuore all’arrivo, quel “grazie di tutto”, e alcune tombe sono sollevate dal vuoto della morte grazie alla compagnia di animaletti, fate, coccinelle. Speri che chi riposa lì sotto non si senta troppo solo, con tutti questi amichetti intorno.

Il mio amico Kangaroo è ripartito dopo Orø. Non sono un’amante dei saluti in aeroporto, perché i saluti in aeroporto fanno un po’ schifo. Sei di corsa, hai mal di pancia (o almeno, io, mal di pancia me lo faccio venire quando devo accompagnare qualcuno a cui voglio bene in aeroporto), ti cadono i biglietti mentre cerchi di fare il duro e non dire che ti dispiace che l’altra persona vada via. Lo sai che li rivedi, ma ho imparato che a volte le persone non tornano, e ti girano parecchio le palle quando succede perché non li hai stretti forte come avresti dovuto. Ma questa è un’altra storia.

Un altro weekend. Un’altra parte di Danimarca. Ho battuto ogni mio record personale: ho guidato per 800 chilometri  in 48 ore e li ho percorsi su una delle strade più mozzafiato che abbia mai visto in tutta la mia vita. Dallo Sjælland, che è l’isola su cui si trova la città dove vivo, sono passata come in un sogno mistico architettonico sull’isola di Fyn sopra quella che i danesi, gente modesta, chiama “La Piccola Cintura”. Sarà che ti senti sempre un po’ scemo quando viaggi perché tutto è nuovo, e non è che sei a casa a farti un the, ma quando sono arrivata al casello della “cintura”, mi sono commossa. La Cintura è un canale lungo 50 chilometri, sovrastato da ponti così splendenti che ti senti mancare. Gesù camminava sulle acque, io ci ho guidato sopra facendo foto storte, e con la radio al massimo che suonava una canzone che mi ha accompagnata in questo tempo danese.

La vita prende dei giri sconcertanti: a volte ti rompe, ma poi ti riaggiusta e allora sì che funzioni meglio di prima.
La Piccola Cintura mi ha portato prima ad Odense, che è la città di Andersen ovvero l’autore delle favole per chi ci crede. Tendo alla concretezza, ahimè, quindi Odense l’ho vista di corsa, evitando musei sulle fiabe, ma soffermandomi sotto una pioggia a dir poco angusta davanti alla stazza di una statua di un uomo nudo davanti ad una cattedrale (chiusa) di cui ho volutamente ignorato il santo protettore. Sono poi arrivata ad Esbjerg che si trova sulla costa ovest dello Jutland. Di seguito il mio itinerario :

ItinerarioAbbastanza di corsa, ho visto anche Ribe, che è il paesino più antico della Danimarca: qui ho pensato che in mezzo a case storte, e porte sgimbesce qualcuno mi seguisse, e non mi ero sbagliata. A farmi compagnia per le stradine deserte c’era Mr Miao, un gatto di quelli che vorresti poter inscatolare e portarti sempre dietro. Ho deciso che non appena mi sarà possibile, vorrei un gatto come Mr Miao. Morbido, presente, che si appiccica alle porte delle cattedrali come me (per fare le foto). Insomma, un fidanzato mancato.

E sullo Jutland è successo di tutto: ad Esbjerg ci sono delle statue enormi che accolgono il mare, ma l’aspetto più bello è stato indubbiamente il B&B dove ho passato la notte a pochi chilometri da questi giganti bianchi. I gestori mi hanno accolta con una tazza di caffè, dei biscotti al cioccolato e mandorle, e ho un mucchio di sorrisi. Non era un B&B nel senso canonico: fino a qualche anno fa, loro lì dentro avevano una fattoria. Poi l’espansione edilizia ha ribaltato i loro piani, ed hanno convertito il tutto in un “porto” dove accolgono chi passa ad un prezzo, per la Danimarca, contenuto. Probabilmente avrei pagato un milione di euro per restarci un’altra notte, per aver ancora tempo di godermi quelle stanze comuni enormi dove hanno piazzato un biliardo, o che hanno convertito in una mini-spa con tanto di Jacuzzi e rose e tre cani uno più grande dell’altro. I cani ovviamente non sono dentro la spa
(http://www.urups-bed-and-breakfast.dk/).

I miei 800 chilometri in 48 ore mi hanno portata anche a Blåvandshuk (facilissimo da pronunciare) dove: ho creduto per un istante di aver sbagliato strada e di essere in Germania, data l’altissimo tasso teutonico della zone; ho trovato delle conchiglie come neanche a Santo Domingo mentre un cane mi mordeva i talloni e a momenti mi fa esplodere le mie nuove scarpe da ginnastica; ho rischiato di volare via per il vento che spingeva talmente forte che al posto degli aquiloni la gente faceva alzare in aria i bambini. A volte penso di avere seriamente delle degenerazioni a livello nervale, perché non so come mi sembrava di sentire nel vento questa canzone. Non so di chi è ma è allegra, e elettrica, e dolce allo stesso tempo:

No, non c’erano radio sulla spiaggia, eravamo solo io e il mare del Nord.

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2 Commenti su “Cronache danesi ● Quando la vita prende una gran svolta

  1. Federica

    Foto e racconti che lasciano davvero senza parole…..quindi lascerò parlare il mio gatto: Tosca vorrebbe conoscere Mr Miao. Posso mandartela e organizzi un incontro?

  2. Alessandro Salomone

    Ciao Vanessa!
    Ho aperto il tuo blog e sono stato travolto da una miriade di immagini e colori! Accidenti, non ci avevi detto che eri così brava con la macchina fotografica! Le condividi già su Flickr? Non vedo l’ora di leggere tutte le tue avventure! Un bacio, Alessandro

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