Detroit – Fisher Body Plant 21

Ero proprio felice
Capite, io ero proprio felice.
Avevo trovato lavoro da Fisher, in Piquette Street, a pochi passi da dove Henry Ford aveva ideato il nuovo mondo dell’auto.
Ero parte di una certezza: “Body by Fisher”, si diceva in quegli anni. Una garanzia di durevolezza e qualità. Eravamo operai altamente specializzati: dal nostro lavoro uscivano i corpi delle auto per le Cadillac, le Ford, le Hudson e le Studebaker.
Eravamo la rivoluzione.
Ero proprio felice, ogni mattina, mentre entravo in questo edificio a 6 piani. La luce naturale filtrava dall’esterno. A me ricordava una gigantesca serra dove fioriva il nostro futuro.
Ogni tanto mi piace ancora tornare a camminare nella “Stanza Blu” dove rimango in equilibrio dietro a quei vetri celesti e passeggio su quei binari su cui una volta muovevamo i carrelli carichi di piombo.
Erano anni d’oro, quelli.

Bastonate e carri armati
Alla fine degli anni 20, poi, la Fisher si era fusa con la General Motors.
Ricordo il nostro caporeparto e le sue parole dure, sputate fuori da un viso che si sarebbe ammalato nel giro di pochi anni. “Vedrete, questa sarà la fine”.
Ricordo le bastonate e le minacce quando tutti insieme abbiamo partecipato agli scioperi del 1930, ma poi no: di alcuni scontri non ricordo granché a parte i tonfi sordi dei manganelli delle polizia che aveva il compito di farci tornare a lavorare.
Il peggio, però, era ancora da venire: la Grande Guerra, la conversione della produzione da automobile a carri armati e aeroplani, e il declino inesorabile del nome Fisher.

Contaminazione
Sono morto il giorno della chiusura definitiva della produzione: primo aprile 1984, giorno degli scemi e dei folli. Che scherzi fa, il destino.
Non ci si faceva poi caso in quegli anni. I miei polmoni sembravano un favo d’api.
Quell’edificio che mi aveva reso così felice era una trappola carica di amianto, cromo, arsenico, piombo. Nonostante ciò, qui, ci torno spesso a camminare: passeggio in mezzo a quei bidoni abbandonati dove negli anni dopo la mia partenza mischiavano colori e pitture industriali.
Faccio finta di guidare i carrelli ponte che giacciono inerti qui e lì, da decenni.
Scivolo giù da una delle tante sezioni crollate, come un bimbo, ed immagino di veder mio figlio che gioca qua e là.
Al tramonto, mi siedo sulla torre dell’acqua piantata all’ultimo piano. Immagino d’essere il guardiano di questo luogo che la natura inghiotte, che l’acqua scalfisce ed il ghiaccio dilania.
Li guardo entrare da quassù: alcuni hanno delle bombolette spray e colorano i muri opalescenti di questi 6 piani. Altri arrivano con le macchine fotografiche e fermano nell’obiettivo qualcosa che non è arrestabile.

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2 Commenti su “Detroit – Fisher Body Plant 21

  1. Giorgio

    questo tuo viaggio a Detroit, pieno di ricordi, mi lascia sorpreso e nello stesso tempo una tristezza addosso. In questi posti dove sono passate diverse centinaia di persone, famiglie gente comune, vederli così che “raccontano” solo di un passato ormai dimenticato, dove nessuno li guarda più e, penso, dimenticati. Grazie a Te che dai voce a questi luoghi abbandonati e, con i tuoi racconti, mantieni vivi questi ricordi e tutte le persone che hanno lavorato e vissuto, e che forse, hanno dimenticato questi posti.
    Complimenti Vanessa!

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