Detroit – Mishkan Yisroel Synagogue / Blaine Shul

Io, il Cemento

A me, del loro dio, non interessa. Sono tutti parte di un eterno movimento: vanno e vengono. Sotto le mie volte, però, si credono immortali. Si ingraziano un cielo, probabilmente vuoto, unendo le mani, studiando il Talmud, confessando le loro malefatte. Si inginocchiano, alcuni. Restano in piedi, con rispetto, altri. Si battono il petto, accendono i lumi per la festa di Hanukkah, digiunano durante i periodi stabiliti. Stabiliti da chi, mi chiedo. Spargono i fiori sul selciato, qui fuori, nel giorno del Corpus Domini. Sono così stupidi, gli uomini.

Ne ho visti passare a migliaia in questa navata in fondo alla quale ora spuntano solo un paio di piedi divini. Alcuni avevano i capelli color del grano ucraino. Altri osservavano il mondo attraverso occhi color ebano d’Africa.

Io, il cemento, li proteggo qui dal 1912. Non sono mai mutato molto da allora, volente o nolente.

Sono rimasto, involontaria eredità, più a lungo delle loro religioni. Le loro ossa fragili sono evaporate nel tempo. I loro discorsi. I loro sermoni. Se tacete un istante, mentre camminate in mezzo a questa distruzione, vi sembrerà ancora di sentirli. Paradossalmente, dicono tutti le stesse cose: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. O forse no, ascoltando meglio, dicono fai agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. La loro spasmodica ricerca delle differenze, invece che delle uguaglianze. Diteglielo: non siamo alle Olimpiadi della Settimana Enigmistica.

Io, il Legno

A me, dei loro soldi, non interessa. Sono tutti parte di un eterno movimento: vanno e vengono. Seduti sulle mie panche, però, si credono onnipotenti. Arrivano a piedi, alcuni. Altri guidano automobili preziose. I loro figli vengono a sviscerare il Talmud con il rabbino Isaac  Stollman. Provo spesso a scricchiolare più forte, ad avvertirli, a dire ai fedeli che questo grande leader religioso nel 1965 andrà in Israele. Pensano che si tratti del vento fastidioso, però. Si sentono onnipotenti. In realtà, molti di loro sono solo noncuranti e trasognati.

Scrocchiando, mi sono spesso domandato chi sapesse di quello che succedeva nel seminterrato. Il vento mi ha raccontato che, da lì, operasse la “Purple Gang”. Criminali, figli di immigrati di bassa estrazione sociale. Ebrei di origine russa, dicono.

Io, il legno, di loro avvertivo le vibrazioni là sotto già dal 1912. Sono sparite, poi, nel tempo.  

Sono rimasto, involontaria eredità, più a lungo delle loro sporcherie e della loro inaudita violenza. Dicevano che si trattasse di una gang senza pudore e senza colore. “Viola” come la carne andata a male. Abe, Joe, Raymond e Isadore Bernstein rubavano i carichi di alcolici anche ad altre bande consolidate. Spesso uccidevano tutti. Ci scommetto: si saranno sentiti onnipotenti quando anche Al Capone ha iniziato a comprare da loro il whisky. Poi, però, sono tutti uguali, gli uomini: si ammazzano tra di loro, datemi retta. Avete mai sentito parlare del “Massacro di Collingwood”?

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