Detroit-St.Margaret Mary Catholic Church

La mia gonna preferita
La prima volta che ho incrociato il suo sguardo è stato proprio davanti alle fondamenta di questa chiesa. Lo ricordo ancora: giugno 1920. Detroit ribolliva in quei giorni d’estate. Era la mia gonna preferita, quella che indossavo quel pomeriggio. Era forse la sola che avessi portato con me dal Belgio, scappando dalla fine di una guerra di trincea che aveva distrutto generazioni intere di miei coetanei.
Tutti quei papaveri rossi, falciati nei campi delle Fiandre.

Le mie scarpe preferite
La prima volta che ho notato i suoi capelli è stato proprio davanti alle fondamenta di questa chiesa. L’aria di Detroit era incandescente, quel pomeriggio di giugno del 1920. Me lo ricordo ancora: avevo ai piedi le mie scarpe preferite. Erano le sole che avessi messo in valigia, le sole ormai senza buchi. Le sole che non avessi abbandonato scappando dalla fine dei combattimenti di Caporetto.
Le uniche che non avessi lasciato a quell’orrore immondo.

Ciao, sono Piero
La prima volta che le ho sfiorato le mani è stato proprio qui dentro a questa chiesa. L’avevano tirata su in meno di 6 mesi. Era dicembre. Nevicava. “Ik ben Anna”, mi aveva detto in fiammingo. “Ciao, sono Piero”, le avevo risposto indovinando cosa mi stesse dicendo. Sotto queste volte ormai demolite, intorno a noi si muovevano circa 400 fedeli, tutti cattolici.
Noi due però non li sentivamo più.

Ik ben Anna
La prima volta che ho toccato la sua pelle è stato proprio qui dentro a questa chiesa, il giorno dell’inaugurazione: era il 12 dicembre 1920. “Ciao, sono Piero”, mi aveva detto in italiano. “Ik ben Anna”, gli avevo risposto cercando di capire le sue parole. Davanti a questo altare ormai smembrato, intorno a noi gravitavano belgi, italiani, ungheresi, slavi, la stessa fede.
Noi due però eravamo sicuramente già altrove.

Rompere per ricostruire tutto con i nostri splendidi mattoni
I nostri figli sono andati alla scuola che venne costruita proprio vicino a questa chiesa, tra le 1924 e il 1927. Imparavano una lingua che non era la nostra, e poi a casa la rompevamo per ricostruirla con mattoni splendidi: un po’ di italiano, un po’ di fiammingo, un po’ di americano. Quei mattoni servivano a tenere a bada la nostalgia e la tenerezza per le nazioni dove eravamo nati e che non avremmo mai più rivisto.
Un’altra guerra incombeva là, al di là di quell’oceano che avevamo attraversato aggrappati a una valigia di cartone, con una sola gonna e un unico paio di scarpe, su una nave da topi.

Sotto queste navate
A comandare, sono rimasti ora dopo tanti decenni proprio loro: i topi.
Sotto queste navate a cui sono state affidate nel corso del tempo preghiere prima cattoliche e poi protestanti, ora regna la polvere. Le fabbriche qui intorno sono state smantellate. Monsignor DeCneudt, che qui era arrivato direttamente da Ghent nel 1939, non c’è più, come noi, come molti altri che proprio in questa chiesa si sono giurati amore eterno, in una lingua che non gli apparteneva.
I topi ballano qui nei confessionali sgangherati.
I peccati sono scomparsi, come gli strumenti musicali che abitavano questa chiesa.

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