Eppure sentire – Calcutta parte 2

E poi niente. Sembrava che fosse tutto normale, lì. Sembrava che fosse normale camminare attorno a tutte quelle piccole suorine, attorno a quella scritta “Love until it hurts” sulla tomba di Madre Teresa di Calcutta, attorno a quei lettini, pieni di cagionevoli esseri umani, simili a mucchietti di ossa. Sembrava che fosse normale che in mezzo a tutto quel traffico, ci fossero cartelli che esortavano a non sputare, a non usare il clacson e ad obbedire alle regole stradali, e nel mentre che ci fossero dieci mila persone e mucche e oche e galline e tuc-tuc che andavano di qua e di là.

Video – Traffic in Kolkata

Sembrava logico che nessuno si scontrasse. Sembrava razionale che centinaia di persone, ogni giorno, acquistassero collane straordinarie fatte di boccioli multicolori al Mercato dei Fiori, e che le appoggiassero ai colli delle umanissime divinità indù. Sembrava normale che gli stessi numi ricevessero in offerta anche pacchetti di patatine, riso, banane. Che venissero lavati, come durante il periodo di preghiera dedicata alla Durgā, e che spesso avessero un carattere ambivalente: distruzione e creazione. Sembrava regolare che alla stazione di Calcutta ci fossero migliaia di esseri umani con le scarpe rotte, i pochi vestiti rovinati dal vento e dalla sporcizia, buttati per terra, in mezzo alle automobili, così silenziosi eppure così mostruosamente rumorosi nella mia testa, in mezzo ai topi che sbucavano da ogni dove. I bambini che, come a Mosca, respiravano colla: anche questo era consueto.  Le caste, ovvie e permeanti. Il concetto di Hijra o di “terzo sesso”, sembrava scontato: nettamente distinto dall’idea occidentale di transessuale, gli Hijra sono descritti il più delle volte come ermafroditi, in quanto inglobano entrambe le caratteristiche femminili e maschili, ma non sono considerati né uomini né donne, né degni di poter aver accesso agli studi, al lavoro, al passaporto, ad un conto bancario, e sono quindi destinati all’espulsione dalla comunità castale di nascita. Eppure, in mezzo a tutto questo, è stato naturale Sentire. Sentire un fervore religioso perso ormai in occidente, come il giorno al tempio di Kalì. Sentire un sorriso, percepirne la profondità e la genuinità. Sentire i ricordi, la mancanza di dolore. Percepire il distaccamento dalle cose materiali. Accettare la malinconia della morte. Stupirsi che, in mezzo all’orrore, potesse convivere la bellezza.

Video – Kolkata from above – “Coming back to live” (Pink Floyd)

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+Share on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *