La sottovalutazione

Chissà cosa si sono detti.

Come si sono guardati.

Soprattutto, però, chissà chi tra di loro ha avuto l’idea.

“Diamogli fuoco”.

“Alla fine, smetterà di bruciare. Vedrai, lo diceva sempre mia nonna”.

Intorno a loro, solo qualche acacia delle sabbie, qualche saksaul magrolino.

“Guarda che idioti, gli uomini”. Ecco cosa pensa la Natura di noi, spesso.

Chissà la faccia dei grandi ingegneri che stavano dietro ai calcoli che hanno portato alla perforazione del terreno esattamente in quella parte del deserto del Karakum. “Ti ho detto che dobbiamo bucare il terreno proprio lì. Non un chilometro più in là. Lì. Fine. Chi ha una laurea in ingegneria, qui? Io o te?”.

Alcuni di loro, pomposi a dir poco, diranno: “Abbiamo voluto crearla intenzionalmente la porta dell’inferno”. Altri, ci scommetto, avranno desiderato di poter sparirci dentro, alla porta dell’inferno.

Cercavano il petrolio o qualche altro gas che scorreva da milioni di anni nel sottosuolo del Karakum. Questo deserto nero, che copre quasi il 70% del Turkmenistan, è interrotto da sprazzi verdi, che sono le oasi dove si coltiva il cotone.

Uno però, mica va in Turkmenistan per vedere le oasi del Karakum, che ti sconvolgono comunque perché te le vedi sbucare di fronte come per magia – bam! – mentre percorri strade inesistenti agli occhi dei più.

Uno, in Turkmenistan, si fa ore ed ore di jeep nel deserto, dalla deserta capitale Ashgabat per andare a Derweze, ovvero a vedere le porte dell’inferno.

L’inferno ti si spalanca davanti in mezzo al nulla. Ti sporgi, in quei buchi immensi, per fare le foto del secolo. Ti bruci anche qualche pelo nell’intrepida azione. Ne vale comunque la pena. Di arrivare fino a lì. Di vederle dall’alto di una delle dune rocciose che ogni tanto circondano questi buchi.

Ho il ricordo della loro luce, nella notte. Dalle nostre tende, quasi non si vedevano. Le potevi sentire, però, quelle fiamme. Nelle narici. Nell’aria portavano una qualche sorta di elettricità anomala. Sebbene quel fuoco fosse stato causato stupidamente dall’uomo, la sua durata nel corso degli ultimi trent’anni era comunque una prova della potenza della Natura. Di quello che scorre sotto di noi. Di quello che ci stiamo impegnando così profondamente a voler distruggere a causa di un’insensata sete di potere.

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+Share on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *