Vivere su un treno

I biglietti li prendi agli sportelli delle stazioni, oppure te li fai mandare a casa da una delle centinaia di agenzie che ti organizzano questa attraversata epica. Se te li vai a prendere, sono indubbiamente meno cari, e hai il valore aggiunto di dover intrattenere una conversazione con i dipendenti delle ferrovie russe, mongole e cinesi: sorriso di circostanza, respiro profondo, sono l’idiota di turno che non ha idea di come si dice buongiorno qui da voi, e pretendo che Lei, simpatica signora grassoccia della Russia centrale, si sforzi, su su, a parlare la famosa lingua globale, perché lo sappiamo entrambe, you can speak English. No, qui da Noi, cara la mia idiota di turno, niente inglese. Niente francese, tedesco, italiano. L’Europa é così vicina, ma così incredibilmente lontana. Tu capisci che sei un po’ nei guai, a quel punto.

Capisci che al centro del globo terreste qui ci sono cosacchi e zar. Posi lo zaino per terra, sorridi, sudi molto e cominci traballante, ad avvicinarti. Il ponte è davanti a te, ed i primi tuoi passi verso quella signora, al di la’ del vetro siberiano, sono dettati dalle parole, semplici, pronunciate probabilmente con un accento pari a quello di Paperino, “Parlo poco russo, ma vorrei un biglietto per Perm”. Ogni biglietto è uno schiaffo alla prepotenza dell’inglese. Non importa l’ascella pezzata alla fine della conversazione. Cosa resta nella memoria sono quei visi allibiti, le loro risate , nella maggior parte benevole, ai miei molteplici “non capisco”, i loro disegnini per farmi capire dov’è che era il binario, come quelli che si fanno ai bambini. Anzi, più semplici ancora.

Quei biglietti, ovviamente, sono diventati delle reliquie, nel mio salotto. Ogni tanto, ora, quando li guardo, mi immagino le conversazioni alla sera della signora grassoccia che dice al marito sai, oggi ne ho visto un altro di quei pistola che girano con lo zaino grande come una barca, è venuta in stazione, mi ha detto “non parlo rasso me vorrai andre a Pirm”. Mi sembrava uno in cerca di avventure, niente Perm. L’ho mandata in Kamchatka. Non so cosa pagherei per vedere che faccia fa quando ci arriva.

Il tempo poi comincia a fondersi quando sali sul treno, e cominci a passarci due o tre giorni senza fermarti davvero da qualche parte. In generale, però, sul treno è più semplice che a terra. Tutto è più biologico ed immediato: dormire, fare conoscenza, stringersi la mano. Condividere un pasto, oltre che un intrattenimento musicale notturno, condito da parole stropicciate in più grammatiche, e a volte qualche rumore molesto. Tirare fuori un libro e cercare di indovinare in quale lingua era stato messo insieme. Occhi accartocciati al mattino, con la provonidza che bussa alla porta, unica ed inespugnabile capa del treno, con fare pratico, sveglia sveglia, siamo in un posto a caso tra la Russia e la Cina.

Sul treno ci sono tre classi.
In prima classe, siete tu ed un’altra persona, nello scompartimento. Due letti, due appoggia piatti, due teste. In prima, io ci passo solo per sgranchirmi le gambe, e andarmi a fare un po’ gli affari degli altri. Vedo una coppia che litiga, due enormi mongoli che giocano a carte e ridono a crepapelle, due monaci buddisti che ascoltano musica dall’I-Pod, due serissime donne in carriera, solito rossetto ciclamino, solito finto-Rolex. Nel corridoio della prima classe conosco Andreij che è siberiano, e adora il tennis, e conosce nei dettagli la storia dei partiti ultra-nazionalisti europei, e dice che le sue donne da sole non viaggiano. Scappo, dopo un infinito centinaio di chilometri. La monocromatica taiga che fugge al di la’ del finestrino è ben più interessante del suo inglese barocco.
In terza classe, siete in tanti. Secondo alcuni, troppi. Secondo altri, abbastanza. Della terza classe ho sentito raccontare di tutto: ho sentito raccontare di bottiglie condivise, di notti insonni per il via vai continuo, di piedi che colorano la stanza di odori improponibili, di intere famiglie che lavano i figli in catini tirati fuori chissà’ da dove, di tutto insomma. Anche in terza classe, io ci passo solo per fare due passi, e per vedere un po’ di vita: niente risse, niente catini e bimbetti nudi. Indubbiamente l’apparato olfattivo, pero’, subisce influenze sconosciute. Non avrei mai pensato che un paio di scarpe da ginnastica potessero puzzare così tanto.  Io faccio l’intera attraversata in seconda classe. Ci sono quattro letti, ma per tratti piuttosto estesi, sono fortunata e condivido con soltanto 1 o 2 altri viaggiatori. C’è posto per tutto: puoi mettere lo zaino dentro il letto se sei al “piano terra”, oppure lo devi lanciare dentro ad un’apertura sopra alla branda del “piano di sopra”. Puoi appendere gli asciugamani ad appositi uncini.

Le coperte, il cuscino e le lenzuola sigillate e (si spera) disinfettate, ti vengono passate dalla provonidza poco dopo la partenza. La temperatura resta sempre tra i 20 ed i 25 gradi sulla mia casa mobile: si gira in t-shirt, e pantaloni comodi, leggeri, senza calze, con le ciabatte. Io ne ho un paio che fanno il giro degli altri viaggiatori. Sono rosa shocking, e sopra c’è il mio nome. Faccio la mia porca figura, con quelle ai piedi. Quando il treno si ferma questi buffi viaggiatori assomigliano a turisti da mare: braghette di tela, infradito in pura plastica, canottiere bianche. Questa combriccola attira i venditori che ad stazione ti si avvicinano, compra compra compra compra. Ed a volte compri eccome. Piatti caldi, riso, patate e verdure mai viste prima, ma buone e cotte. Meglio non giocarselo, lo stomaco, assaggiando roba cruda attraverso questo mondo dagli occhi allungati. A volte, invece, ti offrono delle pietre, sassi proprio. Oppure ti chiedono compra quest’oca, bella pasciuta, appesa al collo con queste caciotte color rame. Ringrazi, Спасибо, che l’oca non la digerisci, e il rame, lo preferisci nei libri di chimica. Le pietre, poi, sono belle da fare saltare sui laghi, ma non riesci proprio a fartelo piacere, il rumore stridulo dei denti che sbriciolano ghiaia.

Una delle domande più frequenti che mi viene fatta, quando blatero di questo viaggio è come facevi a lavarti? La risposta più appropriata che riesco a fornire è che facevo come potevo. In ogni vagone ci sono almeno due bagni col gabinetto, e per terra un buco simile a quello della doccia. Manca la doccia. Ecco tutto. Cosi’ in valigia, prima di partire, ti consigliano, tutti, di mettere un pezzo di tubo di plastica, lunghezza media, diametro variabile, meglio ancora se il materiale è simile alla gomma, che si adatti, e che non faccia troppo il difficile davanti a questi rubinetti lontani. All’inizio non è facile, ma poi quando riesci a collegarlo, questo benedetto tubo, ti senti un dio. Il dio della fisica quantistica. Il mago dell’idraulica.  In seconda classe incontro un’Europa corretta,che non lascia rifiuti dietro di sè, ma porta via con sè illogiche fila di ricordi, e con me sta con gli occhi sgranati per centinaia di chilometri davanti a quel finestrino, a guardare quelle case, quelle strade che volano via, quelle macchine storte, quei paesaggi sgombri di uomo. Ridiamo, giochiamo a carte, organizziamo infinite sessioni di the e caffè, parliamo di Amsterdam, di Londra e di Berlino.

In seconda classe, incontro anche Mira, che ha 30 anni e fa la farmacista sul Baikal, e che non capisce perché mi sia imbarcata in un’avventura del genere. Sul Baikal non c’è niente. Soltanto il Baikal. Mira dice che vorrebbe andare via, lei, da quelle acque, le più profonde al mondo. Ci raccontiamo una vita che probabilmente non condivideremo mai più una volta scese da questo treno che sfreccia sfiorando la taiga che comincia ora a cambiare. Incontro Dimitri: mi prende spesso le ciabatte, e se ne frega del colore un po’ effeminato. Dice che dovrei andare in Estonia, e nelle altre repubbliche baltiche, per capirla, questa Grande Madre. I 1000 chilometri che condividiamo non mi permettono di capire cosa va a fare, lui, in Mongolia. Incontro una signora senza nome, che non mi parla, ma che mi offre del pesce affumicato color catrame, e dei cioccolatini alla vodka. Il pesce lo assaggio: sono ancora viva, quindi era fresco. I cioccolatini erano al benzene, non alla vodka. Lady Senza Nome si dev’essere sbagliata. Quelli erano da infilare nel serbatoio della macchina. Piccole pastiglie di carburante per trattore. Non ho scritto una riga mentre attraversavo il mondo, ma ho fatto quasi 1200 foto. Scorrevano i campi, le città, i rarissimi cimiteri, le distese immobili della taiga, la pioggia cadeva sui finestrini, il Gobi rincorreva un vento secco, rosso.
Ero al sicuro: non ero da nessuna parte.

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