L’Iran – ovvero la Sequenza di Fibonacci

Poi, dopo un’estate umida e nervosa, nel 2014 è stata la volta dell’Iran.

Mi sono spesso chiesta se siamo noi a scegliere i viaggi, o se sono certe strade a venirci a cercare: nelle decisioni che prendiamo, c’è una ragione, un senso che possa alleviare momenti di tensione o smarrimento?

Negli ultimi due anni, al comparire delle “Luci d’Artista” a Torino, ho passeggiato spesso vicino alla Mole Antonelliana che per l’occasione è agghindata dalla Sequenza di Filobonacci. Là sotto, guardando quella successione di numeri interi positivi in cui ciascun numero è la somma dei due precedenti, Grandi Domande come queste sono tornate alla mente. In un film italiano, secondo me bellissimo, ad un certo punto il protagonista maschile racconta quella riga di cifre così:

“Prova a sfogliare una margherita o contare le scaglie di un ananas o i semi di un girasole. Il numero dei petali di un fiore è quasi sempre un numero di Fibonacci. I numeri suggerirebbero che nell’universo c’è una specie di ordine matematico il che ci spinge a sospettare che forse, il mondo, qualche senso ce l’ha. Che non è poco”. Per chi fosse interessato, ecco il video:

Ma questa è un’altra storia – l’Iran, dicevamo.

Avevo pensato già tanti anni fa di andare in Iran con una coppia di amici. Quel viaggio non si è mai realizzato, e i due possibili compagni d’avventura non sono più né una coppia né amici. In un certo modo, quindi ho aspettato la Persia per molto tempo: l’ho attesa e l’ho voluta.

I viaggi iniziano sempre molto prima del momento in cui si sale a bordo d’un aereo, o si vede un nuovo timbro comparire sul passaporto. Prima di quell’attimo, gli occhi cominciano ad immaginare fiduciosi l’avventura. Tappeti, mille minareti e colori speziati abitavano le mie notti prima della partenza. Lo sguardo di molti a cui comunicavo la destinazione del mio prossimo viaggio dimostrava invece sgomento, terrore ed incredulità. Alcuni facevano proprio gli occhi grandi, come quelli che si vedono solo nei cartoni animati, ma la situazione peggiore era quella in cui il mio interlocutore restava in silenzio e mi guardava come probabilmente si potrebbe osservare un alieno. Era orribile: il silenzio e la sfiducia erano inquietanti perché dimostravano ancora una volta che l’Altro era un sudoku troppo complesso, non lo iniziavano nemmeno. La mancanza di curiosità ucciderà questo mondo, o per lo meno rallenterà l’evoluzione della nostra fragile specie. La curiosità muore, e l’Altro diventa brutto, troppo vicino e mai abbastanza lontano, gobbo e pericoloso. Dove vivevano i miei Iran-scettici, non ha importanza. Mi sembrava, prima della partenza, che quasi tutto il mondo fosse in preda alla Sindrome di Tel-Aviv: nessun luogo è sicuro, leggevo nei loro occhi; il tuo assassino può essere chiunque ti capiti a fianco.

La paura, per me, in generale è una pessima consigliera. Aver timore di chi ci vive vicino, è come guardare la Storia a metà: studiare solo le battaglie, tralasciare i trattati di pace, conteggiare i caduti, e focalizzare tutte le energie su quel buio che ha invaso tutto, compresa la nostra siepe.

Le migliori domande e affermazioni che mi sono state regalate prima della partenza sono state: “ma non c’è la guerra in Iran?”; “Pensavo che in Iran le donne non potessero entrare – come fai ad avere un visto, tu?”; “Andrai a Baghdad?”; “Dovrai metterti il burqa?”; “E se poi finisce come in <Argo>?”; “E se ti prendono quelli dell’ISIS?” E se, e se, e se, e se, perché, perché, perché. E se esco stasera, e mi investe un tram? Perché ho deciso di prendere questo treno invece di quello precedente?

La sola domanda cui ho risposto con gioia, e abbastanza coerentemente, è stata: “Perché hai deciso di andare in Iran?”. Perché l’Iran è la Persia, Persepoli, Dario, Ciro, Serse ed Artaserse, perché Isfahan è la metà del mondo, perché l’Iran è anche le Torri del Silenzio ed il silenzio di Masshad, perché non è solo “Argo” e Khomeini ma è anche “Argo” e Khomeini, è uno jihab e una serie pressoché infinita di reggiseni colorati in uno dei tanti bazar. E se l’Iran è un Altro che fa paura, allora tutti, prima o poi, nella storia siamo stati quell’Altro che terrorizzava. Solo quando ci si avvicina, metaforicamente o no, si può cominciare a notare la bellezza dei lineamenti, e a ridere delle sue battute. A ridere, io, ho iniziato circa un mese prima della partenza, quando al mercato di Porta Palazzo, sono andata a comprare il mio primo e direi ultimo jihab.

Questa però ve la racconto la prossima volta.

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2 Commenti su “L’Iran – ovvero la Sequenza di Fibonacci

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