Mongolia parte 1

Nella mente, l’idea della fine comincia ad insinuarsi. Tutti quei chilometri che scorrono, e che in istanti liquidi ed intoccabili hai pure pensato di poter fermare. Finiti, così, in un attimo. Che idea fuori luogo, inchiodare il presente, bloccare le istantanee di questa strada, di questi visi. È la fine della Russia, della Siberia, delle icone imbellettate d’oro. Mi scorrono davanti Zaudinsky, intorno al chilometro 5650 e Zagustay, e poi il Gusinoye Ozero, il Lago delle Anatre. Arrivi a Naushki poi: dall’altra parte, la Mongolia. Non si cambiano le ruote del treno qui, come invece avverrà più avanti, al confine con la Cina. Deve succedere qualcos’altro che mi sfugge perchè su questa linea immaginaria ci passo sette ore e ad oggi non so spiegarmi come sia stato possibile. Un circo lento inizia con le guardie di frontiera che salgono sul treno, e ti ritirano il passaporto: non ti azzardi a lasciare il sedile finchè non ti viene restituito.Quando tornano, sfogli le pagine e in un timbro rosso fuoco bam! 

Ecco la fine della Russia.

Scendi dal treno a quel punto. Fai 342 foto ai binari, tutte uguali perchè un binario è un binario. Scambi quattro chiacchere con viaggiatori che hai la certezza non rivedrai mai più, perchè internet è potente ma non può niente quando chi ti sta davanti vive in Butan. C’è chi addirittura prova a tirarti dentro a tornei di dama. Nel mentre, le guardie sono come mastini che morsicchiano chi commercia e contratta, ed ha occhi allungati. L’Europa non è importante su questa linea immaginaria che svanisce al fischio distratto ed improvviso della provodnitsa. Tutti a bordo, ora! L’inizio della terra di Ghengis Khan avviene a Sükhbaatar, una ventina di chilometri dopo, quando si ripete lo stesso circo: guardia, passaporto, timbro. Durata dell’operazione: un’ora. Mentre il bacino di Selenga Gol inizia a presentarsi alla mia Nikon, mi sbatte in testa una domanda persistente come un picchio: quei venti chilometri tra una linea geografica e l’altra, a chi appartengono? Quella striscia di terra tra Naushki e Sükhbaatar era ancora Russia, o era già Mongolia?

Di Ulan Baator all’arrivo non vedo nulla. Ad aspettarmi alla stazione ci sono due personaggi da nomi agili da ripetere. Lui – si chiamava Guurt? O Gjrt? O Gart? Decido di chiamarlo G come il Guidatore, colui che mi fa attraversare le strade cariche di fumo e frenesia della capitale della Mongolia, e mi conduce alla riserva di Gun Galuut. Speriamo che questo non rutti: il pensiero più nobile che riesco a partorire. Lei – si chiama Bjrt? O Bjort? La chiameremo B come la Bambola perchè ha degli occhi stranissimi come quelle delle Barbie. Aperti – pausa – chiusi – pausa – aperti. G il Guidatore saluta B la Bambola dopo circa un’oretta: si baciano per un tempo che a me pare imbarazzante, emettendo rumuori degni di uno frullatore d’ultima generazione, e poi lei se ne va sventolando un foulard blu verso l’amato, davanti ad una palazzina così sporca che io, dopo 3 giorni senza una doccia, in confronto sono immacolata.

Io e G ripartiamo. Sarà il fuso orario, saranno i rutti del mio precedente guidatore, sarà quel bacio improbabile: io collasso. Neanche una guerra atomica potrebbe svegliarmi, non svegliatemi vi prego, vi prego, vi prego. Mi sveglia qualcosa, invece. È G che mi fa segno di scendere dalla macchina e di seguirlo. Sarà che sono dell’idea che se il peggio deve succedere ti succede sotto a casa tua: io, G, lo seguo. Senza remore. Non mi pongo nemmeno l’idea che potrebbe rapirmi in questo sogno, in questo mondo altro. Mi porto dietro solo la Nikon ed il passaporto. Davanti a me l’infinito poi: nessun singulto umano, tranne una piccola .. cosa in fondo alla valle. La mia conoscenza della lingua mongola è identica a quella di G di un qualsiasi idioma europeo, quindi evito i convenevoli e gli chiedo, in italiano quello cos’è? Lui fa l’ultimo tiro di sigaretta, e poi risale in macchina bofonchiando qualcosa tipo “Ghengis Khan”. In mezzo a quella vastità destabilizzante mi trovo a guardare una statua alta più di 20 metri in ferro luccicante del più grande eroe mongolo.

Prossima tappa: la riserva naturale di Gun Galuut. L’emozione irrompe dispettosa non appena vengo presentata alla famiglia con cui passerò i prossimi giorni.
I costumi tradizionali con cui si aggirano tutti nel campo semi-nomadi sembrano un arcobaleno. I sorrisi cancellano le distanze linguistiche e socio-culturali che esistono tra di noi. Non c’è elettricità al campo. Oltre alla porta della mia ger (la tipica tenda mongola) c’è un letto enorme, ed una stufa ballerina, e quattro candele. Il tetto della tenda è aperto, e in modo quasi istintivo me ne accorgo alzando gli occhi, e scorgendo un cielo senza limiti, senza fumo. Il silenzio è sacrale, intorno a me.
Il vento passeggia tra il tirassegno ricavato da una pelle di mucca, o gli steccati su cui sono in equilibrio le selle intarsiate. Sembra tutto così grande, o forse sono io, per una volta, a sentirmi minuta, e fragile?
Mi propongono un giro a cavallo ed io accetto con l’incoscienza tipica dei folli, dimenticando che la prima fase di qualsiasi esperienza equestre prevede innanzitutto il salire in sella. Definire “sgraziati” i miei tentativi è più un atto di carità che un complimento. Tra l’ilarità generale, ma soprattutto tra le risate sganasciate dei bimbetti che si aggirano su questi enormi animali con l’agilità di una libellula, il mio destriero viene avvicinato alla staccionata. Grazie a gesti eloquenti, mi viene gentilmente richiesto di provare a salire da lì, in sella. Elegante come un ippopotamo alla Prima della Scala, ce la faccio. Chiamatemi Valchiria, d’ora in poi. P
enso Staremo via un’oretta, cercando di dimenticare che la mia ultima impresa equestre risaliva a dieci anni prima. Le successive dieci ore sono state un misto di puro orrore, ed infinita emozione: saliamo su uno dei rilievi che circondano Gun Galuut, e da lì vedo la Mongolia, da lì afferro per un istante l’immenso.

Da non so dove cominciano poi ad arrivare la famiglie della zona. Ci sarà un festival delle arti e degli sport mongoli, mi dicono. Terzani diceva che ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più”. Alla fine della mia storia, sono sicura che quei giorni del festival saranno uno tra i ricordi più vividi che avrò. I loro cappelli a punta, gli archi, i muli che scorrazzano di qua e di là, i bambini vestiti a festa con quelle tuniche colorate come una scatola di pennarelli.

I sorrisi, i tornei di lotta mongola con quegli uomini coperti soltanto da immensi pannolini blu e rossi. Quelle pentole enormi in cui cuociono testicoli di capra. I ragazzini che vogliono vedersi rapiti nello schermo della mia Nikon. Come facciamo ad essere dentro una scatola, sembrano chiedermi. L’ultimo mio ricordo a Gun Galuut è il cielo che vedo mentre mi corico nella mia ger. Addormentandomi penso che il mondo in fondo, il mio mondo, sia cambiato dopo la Mongolia. Tutto qui è talmente semplice da essere incomprensibile. La violenza, le differenze che ci fanno spaccare il mondo in due e le difficoltà di un lavoro che ormai non ti interessa più sembrano infinitamente lontane. Resta solo la voglia di continuare a scoprire e la consapevolezza che è impossibile portarsi a casa quest’alba, e questi sorrisi.

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Un commento su “Mongolia parte 1

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