Moon Land: Islanda ● Parte 1

C’è chi, ancora oggi, pensa che sul mio balcone sputino geyser, e sul mio tetto ci siano enormi colonne di basalto nere, venute su così, come funghi. E’ semplice, le confondono. Sarà la posizione nordica. Il nome simile. Sarà che entrambe sono repubbliche. Sicuramente, però, sulla mia Hibernia, le indicazioni toponomastiche e i nomi propri di persona risultano assai più gestibili a livello fonetico: niente Eiður Smári Guðjohnsen, Dagur Bergþóruson Eggertsson, qui da me.
Un’altra, grande, caratteristica in comune: indigeribili e laboriosi crolli bancari. Dalle stelle alle stalle, qualcuno dice. Sarà. Di seguito trovate il resoconto del mio viaggio in Islanda avvenuto a settembre 2006, poco prima della Groenlandia.

Già dall’alto le vedi: le rotture sui tavolati che si avvicinano al tuo oblò mentre l’aereo comincia la discesa verso Reykjavík. Pensi che magari esistano aratri immensi, in Islanda. No, sono solchi dovuti a consuete e continue scosse di assestamento. La terra, e i mari qui, sono come una fisarmonica.
La mia prima vibrazione tettonica è arrivata il secondo giorno, mentre, con la jeep che avevo affittato nella capitale, avevo imboccato i primi km del Golden Circle. Quando la jeep ha cominciato a scuotermi, ho pensato solo una cosa: qui esplode tutto. Quindi, in modo estremamente costruttivo, ho urlato e ho inchiodato. E ho mollato il mio veicolo quasi come in un film. Con le portiere aperte, anche un po’ in mezzo alla strada. Erano circa 2 ore, comunque, che non incontravo nessuno. Non avrei causato incidenti. Ho corso per un po’ in mezzo a quei solchi, neanche stessi andando a cercare qualcuno per dirglielo, che lì, esplodeva tutto.

Poi l’ho visto. Il masso, alto circa 4 metri, che rotolava giù dalla montagna.E mi sono resa conto che era la strada a vibrare. Quando la terra ha smesso di rollare, ho fatto una foto, a quel masso, ma non rende l’idea. Avrei dovuto parcheggiarci la jeep vicina per far vedere le esatte dimensioni.

Guidando lungo il Golden Circle, ti rendi conto che un’altra cosa poi manca, quasi del tutto: gli alberi. Il governo islandese paga (pagava?) una retribuzione a chi, coraggioso e un po’ romantico, decideva di piantare un albero. In giardino, in bagno, in mezzo ad una fenditura che, dopo qualche tempo, l’avrebbe probabilmente inghiottito, per poi farlo rispuntare in Nuova Zelanda, più o meno. Oltre a essere la sede del primo parlamento al mondo, il parco di Þingvellir è scomodamente seduto sulla linea dove la placca continentale del Nord America e quella europea si incontrano. Le due non vanno troppo d’accordo. Con costanza irosa, fanno allargare l’Islanda di circa 1.5 cm all’anno. Di qui, quindi, i numerosi terremoti.

A meno di mezzora da Þingvellir, pensi che a qualcuno siano andati a male quintali di uova. Odore di zolfo, odore di geyser. E ti aspetti che ribolla, che irrompa, la natura. Invece, davanti a Geysir, ti rendi conto che anche alla natura serve il Viagra: Geysir è anziano, ormai, e non spruzza più a 70 metri, come un tempo. Allora, per far sì che il gorgoglio ritorni alle giovini prodezze, gli islandesi rovesciano del sapone da piatti, che funge da stimolante. Non lo incoraggia, nè lo aiuta, poi Strokkur, che lì vicino si bulla come un ragazzetto, spruzza a intervalli di circa 4-6 minuti, fino a 20 metri, senza nessun incoraggiamento artificiale. Trema, la terra, e tu con lei mentre si avvicina il momento della detonazione acquatica.
E mi raccomando, ti dicono, non toccare il suolo vicino ai geyser. Ti bruci, davvero: nei mesi estivi circa 7 turisti alla settimana giocano a diventare bistecche e finiscono all’ospedale a farsi curare le scottature causate dalla sindrome di San Tommaso.

Dove, invece, la natura tuona e rimbomba è alle cascate di Gullfoss, circa 10km da Þingvellir: nel punto più alto, l’acqua fa un saltino di 32 metri. Sei avvolto dal rumore, e dal vapore. E da giochi di effimeri colori, che proseguono lungo il canyon che la corrente ha solcato nel corso dei secoli.

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2 Commenti su “Moon Land: Islanda ● Parte 1

  1. romina

    Bello, anche in Nuova Zelanda ci mettevano il sapone per piatti nel geyser per aiutarlo un po’,poverini, dopo che spruzzano da secoli si saranno anche stancati…Ci devi tornare a fare la foto con la jeep vicino al masso,volgiamo la documentazione effettiva!!!!

  2. Sara

    Beata te che non hai smesso di scrivere e fotografare, sempre così bene poi.
    Ti auguro tanti tanti viaggi ancora e magari, appena puoi, il resoconto del tuo viaggio verso l’Asia…anche se sei arrivata fino a Pechino e non mi hai detto niente…….. 🙁

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