Moon Land: Islanda ● Parte 2

Dicono che la costa sud dell’Islanda sia la parte più piovosa della nazione. Un’altra caratteristica in comune tra la mia Hibernia e questa isola, certo, anche se personalmente, non penso esista niente di più umido del mio Munster, in Europa almeno. Con questi pensieri meteorologici, sulla mia fiammante jeep ancora in crisi mistica per la questione del masso (vedi Moon Land: Iceland part 1), ho deciso di percorrerla questa linea geografica tratteggiata da drammatici incontri tra ghiacciai e montagne e mare, che qui discutono vivacemente. Il primo a creare un certo scompiglio è il monte vulcano Hekla, appena fuori da Reykjavík, e passato Selfoss: ha un pessimo carattere, e indubbiamente non sopporta bene il clima in cui le falde tettoniche l’hanno portato a nascere. Dal 1970, infatti, una volta ogni 10 anni, si libera di quelle moleste campagne che addobbano la zona intorno alle sue pendici, e in modo per nulla diplomatico le rade a zero, ricoprendole di lava.

Poi continui a guidare, e arrivi a Vík í Mýrdal, che non è il nome d’una soubrette scandinava, e in un primo momento non sai se definirti inquietato o incerto perchè ti chiedi se quelle faccine sorridenti, gialle, che punteggiano questa città costiera, non siano semplicemente la firma del serial killer locale. Parlando con Fjalar, o Bryndís, ti spiegano invece che le faccette sono lì soprattutto per controbilanciare la pessima reputazione del luogo che, secondo le misurazioni dei geologi locali, risulterebbe la località più piovosa d’Islanda. Un po’ come dire “grasse risate per dimenticare il brutto tempo”: in fondo si potrebbe trattare di una soluzione come un’altra, calcolando che in altre terre la pioggia viene affogata in ciclopiche sessioni alcoliche? Vík í Mýrdal è però conosciuta per i tre Reynisdrangar: vengono su dal mare, le tre colonne scomposte di basalto, e camminando sulla spiaggia di sabbia corvina, a me è parso davvero d’essere nel mondo “altro”, in un specie di aldilà fitto fitto di draghi, e puffin che discutono di politica, e fate. Le tre colonne dovrebbero, infatti, secondo una leggenda locale contenere Skessudrangur, Laddrangur and Langhamar, tre troll catturati dal sole e trasformati in sale nell’intento di portare a riva una barca a tre alberi. Il tempo, lì, per me era sospeso. Tutto era immobile, e per questo in equilibrio.

Ho ripreso la jeep, e sono arrivata a Lakagígar, dove niente per decenni, invece, è stato in equilibrio. Alla fine del 1700, qui scorrevano fiumi di fuoco, conseguenza spietata di eruzioni vulcaniche durate quasi un anno e considerate le più grandi del mondo: 12 chilometri quadrati di lava qui hanno annientato la vita intorno, creando crateri larghi circa 25 chilometri, e ritagliando il terreno in grotte, e oniriche creazioni rupestri. Ci ho messo quasi 7 ore per vederne una porzione minima. Nello sterno, più che mai erano vere le parole, costernate ed emozionate, del Contadino Padovano di “Cinquecento” di Baricco.  La voce della natura è più che un urlo gigantesco, e ti dice che la vita è una cosa immensa e solo quando gliel’hai sentito dire sai veramente cosa fare per continuare a vivere. Per me vivere, in quel momento più che mai, sarebbe equivalso a viaggiare, e vedere, ed arrivare là dove io non sono.

La mia ultima tappa è stato Vatnajökull, la massa di ghiaccio più estesa in Europa: ci sono mura, lì, spesse 400 metri, o mille metri, e tu pensi, “ok, pareti di pietra, no?”. No. Pareti di ghiaccio. Sdraiate su vulcani sotterranei, che, quando meno te l’aspetti danno vita a quel fenomeno definito jökulhlaup, una specie di oplà sismico dalle dimensioni babiloniche. Nel 1996 uno di questi saltelli tettonici ha creato un’apertura di 4 chilometri, attraverso cui s’è elevata verso il cielo una spruzzata di vapore alta circa altrettanti dieci chilometri. Il ghiaccio, ovviamente, per un po’ ha retto. Poi sfinito, ha mollato la presa, e le valli intorno hanno perso ponti, strade, villaggi, mucche, tutto.

Ho passato il mio ultimo pomeriggio in Islanda in un’enorme vasca da bagno, all’aperto. La Bláa lónið, o Laguna Blu, oltre ad essere il titolo d’un film diretto da Randal Kleiser nell’anno della mia nascita, è anche una grandissima piscina d’acqua marina riscaldata dall’attività geotermica del sottosuolo. Ti metti il costume, e via, sei pronto a immergerti in quelle acque, la cui temperatura si aggira intorno ai 36°C. La mistura di sali, silicio, e alghe blu, contribuisce al relax e alla cura della psoriasi. I massaggi che qui vengono elargiti contribuiscono indubbiamente invece ad un ingresso diretto al paradiso senza passare dal via. Ho lasciato così l’Islanda, rilassata, liscia come una pesca, e guardando il tramonto dalla Laguna Blu.

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3 Commenti su “Moon Land: Islanda ● Parte 2

  1. Anonymous

    Ho letto tutto e sono rimasto senza parole non solo per le esperienze che hai raccontato ma anche per come le hai raccontate… Mi ha messo quasi soggezione complimenti SuperVane 🙂

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