Ode all’estate

Fare i disegni con le mani, fuori dai finestrini, col vento tiepido che ti sfiora e sembra il tocco di un amante perso nel tempo. Dormire in pigiama corto, oppure in mutande e maglietta. Dormire con le finestre spalancate. Dormire. Sognare che faccia caldo. Sognare che faccia freddo. Mettersi le infradito. Dimenticarsi delle calze in fondo ai cassetti dell’inverno. Guardare le stelle e scoprire che sembrano più grandi e che cadono e che si portano dietro i sogni. Chiedersi se lassù vicino a loro c’è chi è andato avanti prima di te. Aver paura che non ci sia nulla, lassù dietro vicino a loro. Mettere via i giochi. Indossare una camicia di lino. Mostrare le cicatrici e vestirle con l’abbronzatura. Dimenticarsi della morte. Indossare gli occhiali da sole e sentirsi incredibilmente bella. Temere che piova. Maledire gli acquazzoni. Buttarsi in mare di notte. Sapere che sopravvivrai. Ubriacarsi con le tue amiche che sono le sorelle che non hai mai avuto. Immaginarle sposate e con dei bambini. Sperare che sognino sempre così forte come adesso, davanti a questo lago. Svegliarsi al mattino e trovare le lenzuola di cotone in fondo al letto. Sotto al letto. Dietro al letto. Sentire che i pensieri si distendono e che gli uffici sono vuoti. Non volere niente. Le pesche e gli zucchini. Cenare al porto di Varazze. Non aver paura di dimenticare. Scoprire le gambe. Giocare con l’acqua sotto la docciaDire: “Oggi non tira un filo d’aria”. Festeggiare il mio compleanno a Barolo. Giocare a scacchi ad Apricale. Coricarsi nei prati e guardare il cielo. Fermarsi al semaforo e sorridere a chi è seduto vicino a te. Stupirsi del grano che sembra un mare lassù vicino al cimitero. Con le onde, e tutto. Alzare lo sguardo e vedere un daino. Sudare tanto. Sudare troppo. Scordarsi di come si accende la TV. Andare in bici e allargare le braccia perché tanto la città è vuota. Darsi lo smalto rosso ai piedi. Rendersi conto che tutti quei maglioni non servono davvero a niente. Traboccare dei più spaventosi desideri. Pensare che tutto, da questo terrazzo, è davvero possibile. O impossibile. Non aver bisogno di niente. Aver bisogno delle cose più disparate. O più disperate. Godere dell’ombra. Mangiare uno, cento gelati. Sentire la pelle che tira, e potersi bullare, finalmente, del segno del costume. Non usare più trucchi né rossetti. Schivare pipistrelli impazziti, ghiaccioli di plastica, e fulmini improvvisi. Vedere l’asfalto che trema in lontananza. Vedere la vita che trema ma cresce e affronta tutto dall’alto.

Ode all’estate, per tutto questo e molto altro.

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