Se noi ombre vi abbiamo irritato non prendetela a male, ma pensate di aver dormito

Della Liguria si dice di tutto. Si racconta che noi liguri siamo scorbutici e taccagni. Che c’è il mare. Splendido in alcune zone, violentato da ecomostri in altre. Che come si mangia il pesto da noi, non si assaggia da nessun’altra parte. Che c’è Genova e che si cammina nei caruggi.

In Liguria, però, ogni agosto accade un sogno.

A circa 700 metri sul livello del mare, c’è un paesino che si chiama Apricale. Apricus, in latino, vuol dire esposto al sole. Apricale è una cascata di antiche case di roccia allungate sulla dorsale di un erto pendio dominato dall’altura del Castello, ed è uno dei villaggi di pietra che poeti ed artisti raccontano da tempo. Apricale è il mondo di ieri, ed è l’abbraccio di una campagna che dalle fasce, i terrazzamenti sostenuti da muretti a secco che nei secoli hanno strappato alla montagna preziosi fazzoletti pianeggianti di terra da coltivare, manda i riflessi argentei degli uliveti e il verde cupo delle altre colture fino alle masse più dense dei castagni e dei pini dei boschi sui rilievi più elevati.

In uno dei caruggi, se state attenti, vedrete comparire una scritta che dice “1764 fame ubique”, ovvero “1764 fame ovunque” a ricordo di periodi spezzati dalla carestia.

Da quasi trent’anni, Apricale ad agosto si trasforma in un enorme palcoscenico a cielo aperto: arriva la compagnia del Teatro della Tosse. Loro, gloriosi quasi, condividono chimere: le storie dei Tarocchi, la Legenda Aurea, l’Amor Cortese, il Decameron di Boccaccio, e le derive di Ulisse. Il pubblico, nel corso degli anni, si arrampica in macchina, in moto, a piedi o in bici fino ad Apricale. Qui viene poi diviso in gruppi e molla l’àncora della realtà, abbandonandosi ai racconti del tempo che è stato.

L’anno scorso ad Apricale è spuntato il “Sogno”, un night della Berlino degli Anni Trenta da cui gli attori della Tosse hanno rintracciato il passato dei protagonisti di una famosa “Notte di mezza estate” di Wiliam S.

Io e Pollicina abbiamo camminato insieme nei loro ricordi maturi: un anziano Oberon, fasciato in una strana divisa nazista, ci ha raccontato del suo stanco amore per Titania, una splendida ma affaticata copia di Marlene Dietrich.

Abbiamo poi sfiorato Lisandro, Ermia, Elena e Demetrio che hanno perduto non solo la strada di ritorno da quel bosco evanescente, ma anche immense occasioni e rimpiangono le loro scelte sbagliate, sperando che qualcosa ancora possa accadere. Abbiamo cercato, invano, di scindere la realtà dalla fantasia di fronte a Bottom.

Prima di tutti, però, lui – Puck – che apre e chiude i nostri occhi a quest’illusione, indimenticabile nell’interpretazione di Pietro Fabbri, che ci confonde le carte in tavola e che ci ricorda come le porte del sonno sono un canale di comunicazione con un’altra realtà, in cui tu sei ancora giovane, la guerra non è mai stata e magari sei un uomo felice.

Di quella notte, ricordo delle ombre che si allungavano su bottiglie abbandonate qui e là, ed una bici che si arrampicava sul campanile, per magia, sulla note di Juliet Le Chansonnier.

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4 Commenti su “Se noi ombre vi abbiamo irritato non prendetela a male, ma pensate di aver dormito

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