Alla fine del viaggio

Alla fine di questo racconto tragicomico, i casi sono due: mi considererete una snob o una che si inventa storie per rendere questo sito più interessante. Facciamo così: ritenetemi una snob. Una schizzinosa. La realtà che racconto è, appunto, realtà: quello che mi succede mentre viaggio, è molto meglio (o molto peggio) di ogni possibile bugia e invenzione.

Partiamo da un presupposto: a me la gente piace. Questo, ovviamente, in linea di massima. E questo, ovviamente, se non prendete suddetta “gente”, la chiudete per un tempo più o meno dilatato dentro a due mezzi di locomozione quali il treno o il bus (o pullman, che dir si voglia, anche se io mi sono sempre chiesta che razza di parola è “pullman”: in inglese vuol dire “tira-uomo”. Tira dove? Va beh. Niente. Andiamo avanti). Dicevamo: treni, bus, persone. Persone che, fuori all’aria aperta, forse si comporterebbero in modo accettabile, e quindi probabilmente continuerebbero a piacermi.

Per lavoro, per piacere e per mera scelta personale mi sposto molto frequentemente con questi due mezzi ed è proprio lì che l’umanità che di solito apprezzo tanto si trasforma in qualcosa che evito di definire “bestiale” per non insultare gli animali. Oggi, quindi, decido di condividere con voi, cari lettori, una serie reale di eventi avvenuti negli ultimi 2-3 anni. Li elencherò alla rinfusa, senza rispettare alcuna logica temporale. Siete pronti? Si parte.

Su un bus che congiunge la splendida Imperia alla mia amata Torino, ho ascoltato per tre ore due ragazzotti di circa 20 anni discutere di carne. Sì. Di carne. Carne alla griglia. Alla brace. Stufata. Alla zingara. Carne di maiale, di vitello, di pecora, di asino, di angus argentino ed irlandese. Carne. Carne. Carne. Alla fine del viaggio, a Porta Nuova, ero pronta ad abbracciare una nuova, improbabile fede: il veganesimo.

Su un FrecciaBianca da Pescara a Torino, 5 bambini orribili hanno nell’ordine: bestemmiato, vomitato, rotto un passeggino (che grazie apparteneva a loro), rovesciato svariate bibite, urlato in piedi nel corridoio per un paio d’ore, urlato, urlato, urlato, vomitato di nuovo, usato due lattine di CocaCola come bonghi, corso, urlato, continuato ad esclamare, ogni 30 minuti, “Siamo a Torino!” da Pescara fino a Porta Susa, chiesto nell’ordine un panino, una Fiesta, un pezzo di pizza, una banana, un giornalino, un pacchetto di crackers, un pezzo di toma stagionata in altura. Alla fine del viaggio, ero pronta a chiamare un esorcista. No, non per loro. Per me.

Su un altro FrecciaBianca, questa volta da Verona a Milano, sono stata informata della storia d’amore di Elena e Luca. Elena è innamorata di Luca che è innamorato di Alessandro che è innamorato di Stella. Ora – a parte che Stella è un nome discutibile e che non si può chiamare una figlia come un corpo celeste. A me la storia di questo allegro gruppetto sembrava una partita di calcio, sport che non capisco e pertanto non apprezzo. Alla fine del viaggio, avrei voluto avere la faccia tosta di chiedere a Elena uno schema riassuntivo degli spostamenti dei partecipanti alla loro giostra. Chi andava a letto con chi? Come facevano a non confondersi con nomi, case, indirizzi, date di nascita? E se Stella fosse stata innamorata di Elena?

Su un FrecciaRossa, da Bologna a Torino, incontro quello che, senza dubbio alcuno, era Boosta dei Subsonica. Un po’ più stravaccato ed un po’ più imbolsito di quanto ricordassi dai concerti dei miei amati, ma pur sempre un uomo di un certo charme. Ora – dovete sapere che non sono prona al fascino del VIP, ma ho voluto comunque condividere con il mio gruppo ristretto di amici la mia illuminante scoperta. Boosta era sul treno con me. I miei 3 amici, che conoscono molto bene i limiti delle mie diottrie, hanno dato un valore da zero a zero punto uno alla mia notizia, offendendomi profondamente. Alla fine del viaggio, ho preso stizzita la mia valigia e mi sono messa in coda proprio dietro a Boosta dei Subsonica, che, però, non diceva cose tipicamente torinesi, tipo “menta” o “Bicerin”. Diceva, ridimensionando il mio ego, “mulţumesc” e “Distracție plăcută”.

Su un altro FrecciaRossa, da Milano a Torino, sono rimasta chiusa, a 5 kilometri da Porta Susa, per un tempo che per magia ha cominciato a dilatarsi. Trenitalia crea questi stratagemmi stronzi per intrattenere i suoi clienti: prende un treno ad alta velocità, lo fa inchiodare a pochi minuti dall’arrivo (tanto che a me ad un certo punto sembrava di vedere la Mole dal finestrino), e spegne tutte le luci e l’aria condizionata. Trenitalia trasforma così un viaggio di 55 minuti netti in uno di circa 240. Il peggio, però, sapete quando si è manifestato? Quando, in mezzo al buio più totale, una voce maschile ha utilizzato tutta la batteria del suo cellulare per chiamare la sua Pucci. Pucci nella mia infanzia era una cagnolina rosa. Molti di noi nati e cresciuti negli anni 80 probabilmente di Pucci ricordano gli stampini. Alla fine del viaggio, mi aspettavo di girarmi e vedere un ragazzetto di 20 anni. No. Avete presente Marchionne? Ecco, uno come Marchionne: mezz’età, giacca e cravatta, IlSole24Ore sotto braccio, stilografica che spunta dal taschino, e se posso permettermi, un po’ di forfora sulle spalle. Uno così non può chiamare la sua compagna/amante/moglie Pucci.

Su un regionale che da Savona portava a Genova, ho assistito ad una vera e propria seduta di pedicure: limetta, taglierino, smalto, tutto. Conosco gente ovviamente instradata alla beatificazione, a cui non dà fastidio nulla. A me, invece, un rumore capace di provocare crisi epilettiche, è quello del taglierino: TICTICTICTICTICTIC. Vi chiederete: “Ma perché non ti sei mossa? Perché non hai cambiato posto? Su un regionale i posti non sono assegnati!”. Perchè sono una pazza squilibrata anche io: ho cominciato, nel tempo, a considerare questi viaggi un esercizio antropologico. Osservo l’umanità. Voglio vedere fino a che punto riesce ad arrivare. Su questo regionale, quindi, non mi sono mossa perché volevo vedere dove questa splendida e soave fanciulla avrebbe messo le unghie appena recise. Esatto. Le ha messe proprio dove vi aspettavate anche voi, cari lettori. Per terra.

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