Corsica dell’Est
I delfini se ne fregano
Sono tanti i pensieri che si rincorrono nella mia mente mentre il traghetto si stacca dal porto di Vado Ligure. Sento che c’è qualcosa di ancestralmente corretto nel lasciare la terraferma, lasciare andare, salpare, staccarsi da ciò che è il conosciuto, l’ordinario, il quotidiano.

E poi, dopo appena qualche ora, mentre attraversiamo questa lingua di mare tra le due nazioni, sento che non siamo davvero da nessuna parte: non siamo più in Italia, e non siamo ancora in Francia. Ci troviamo a metà. Da una vita spesso mi sento a metà. E da una vita mi sento bene quando sono a metà, quando sento di non appartenere a nessuna nazione e a tutte allo stesso tempo.
All’improvviso un branco di delfini comincia a seguire il traghetto, mezzo vuoto a fine luglio 2024 perché il gran esodo estivo non è ancora iniziato: ci rincorrono su questa enorme città galleggiante enorme e stabile che – sicura di sé – solca il mare con fare arrogante quasi, tipico della razza umana che pensa di dominare il Mediterraneo.
Li osservo dalla fiancata dove ci siamo sistemati per percorrere queste cinque ore che porteranno me e i miei due cari amici di nuovo verso una delle isole che più amiamo in questa parte di mondo. Realizzo che in realtà sotto di noi c’è un mondo intero ancora da scoprire. Siamo così piccoli, eppure così superbi, noi esseri umani. E loro, i delfini se ne fregano: giocano, guizzano fuori dalla tavola calma che è questo mare. Li indichiamo, sorridiamo nel vedere le loro acrobazie.
Del perché è impossibile non amare la Corsica
È la seconda volta che torno in Corsica con i miei due cari amici. Ma già durante la nostra prima esperienza ho provato un amore grande e incondizionato per queste coste. Perché la Corsica è ruvida, selvaggia, puoi passare giorni interi senza incontrare davvero nessuno. Perché in Corsica è possibile viaggiare lentamente, senza pretese, senza pressioni.
Noi terranei disturbati inconsciamente dalla stanzialità e dalle costrizioni delle nostre grandi città che spesso ci stritolano l’anima e il movimento, sulle isole come la Corsica ci ritroviamo staccati dalla pesantezza della terraferma e ci sentiamo stranamente a casa.

In Corsica, incontri gatti che nel tramonto si stirano davanti a vecchie porte di seconde case, in alcuni casi abbandonate da anni. Se ne fregano anche loro della tua presenza, come i delfini sul Mediterraneo.
In Corsica puoi perderti sebbene tu stia usando il GPS, e puoi finire per caso ed inspiegabilmente dentro al Domaine Terra Vecchia, uno dei vigneti più rinomati dell’isola, situato vicino ad Aléria, tra mare e montagne, sulle rive dello stagno di Diana, in una zona chiamata Costa Serena. Qui il frinire delle cicale si mischia al soffiare del vento che attraversa le ombre, ospiti benevoli, lungo queste terre ricche. Le lunghe fila di vigne hanno tutte delle rose all’inizio di ogni riga. È una collaborazione tra specie: se ci sono problemi nella terra, le rose lo segnalano salvando entrambe. Magari sapessimo far questo anche noi, tra nazioni e popolazioni, aiutarci invece di distruggerci.

Aléria, l’antica capitale della Corsica
Nel cuore della costa orientale della Corsica, Aléria custodisce le tracce di un passato millenario. Fondata dai Greci focei nel VI secolo a.C. con il nome di Alalia, fu teatro di scontri epici come la battaglia navale contro Etruschi e Cartaginesi. Con l’arrivo dei Romani nel 259 a.C., la città cambiò volto e nome, diventando Aléria: capitale dell’isola sotto l’impero di Augusto, con oltre 20.000 abitanti.

Il Museo Archeologico nel Forte di Matra è una gemma storica, poco conosciuta, incastonata nel cuore dell’antica capitale. Il forte che lo ospita è una struttura genovese del XIV secolo: se ne sta arroccato su una collina e offre una vista spettacolare sul fiume Tavignano e sulla pianura circostante. Non posso che consigliare una visita al museo: le collezioni che incontrerete lì dentro includono ceramiche greche, romane, etrusche; armi in bronzo; monete; anfore; oggetti di uso quotidiano provenienti dagli scavi archeologici locali, ma soprattutto pezzi unici come coppe zoomorfe a testa di cane e cavallo, e un piatto che raffigura gli elefanti di Annibale. In Europa, come in molte altre zone del pianeta, tutto appare ancora più collegato nel corso della storia, ma spesso – in questi tempi distopici – facciamo finta di dimenticarcene. Giochiamo ad ucciderci perché – ci dicono – siamo diversi, e noi siamo meglio di loro.
Dopo la visita al museo, proseguiamo verso il sito archeologico di Aléria, a pochi passi, dove si trovano le rovine dell’antica città. Di questa parte della visita, ho un ricordo sonoro molto preciso che rimbomba spesso in Corsica in estate: il canto delle cicale. Sotto il sole di fine luglio urlano come se i loro piccoli polmoni stessero per esplodere e ci accompagnano nella visita al sito. Non c’è nessun altro rumore e i visitatori, oltre a noi tre, sono pochi e ben educati. Le rovine del sito sono ben conservate e includono resti di abitazioni e di edifici pubblici, tracce di un antico foro romano, e una necropoli. Ma non finisce qui: il sito infatti è tuttora oggetto di scavi che continuano a rivelare nuovi reperti. La Storia continua a abitarci le coscienze.

La spiaggia di Tamaricciu
In Corsica ci sono diversi posti che nel corso degli anni mi sono rimasti incollati addosso. La spiaggia di Tamaricciu è uno di questi.
Sarà che nel periodo in cui e i miei due cari amici ci arriviamo non c’è tanta gente. Noi piantiamo i nostri scassatissimi ombrelloni a metri di distanza dagli altri visitatori e nessuno ci chiede nulla e noi continuiamo a ripeterci che non è possibile che siamo in un posto così (gratis, tra l’altro, perché la maggior parte delle spiagge in Corsica non si paga).

Sarà il fatto che la sabbia è chiara come farina d’oro e l’acqua trasparente sembra un pensiero appena nato. Cambia colore con la luce, passando dal turchese al cristallo. Sarà che le rocce di granito grigio, levigate dal vento e dal tempo, emergono come isole di pace, e tra una e l’altra si nascondono piccole piscine naturali dove il sole si ferma a giocare e noi con lui.
Oppure sarà semplicemente che io sono a Tamaricciu con due delle persone a cui voglio più bene al mondo, e forse potremmo essere a Cinisello Balsamo e non farebbe differenza (no, farebbe differenza perché è un po’ più complesso essere felici a Cinisello Balsamo).

A pranzo, ci compriamo una pizza – tra l’altro buonissima – in una struttura a pochi minuti a piedi da dove abbiamo piantato gli ombrelloni e ci mettiamo a guardare le tamarix africana, le piante affascinanti e resilienti che danno il nome a questa spiaggia. Sono arbusti pionieri, sempreverdi, alti fino a 5 metri, con una chioma espansa e rami lunghi e flessibili, capaci di consolidare il terreno, proteggere le dune dall’erosione e creare microhabitat per altre specie. Resistenti alla siccità e alla salsedine sono perfetti per ambienti marini. Le loro foglie sono piccole e squamiformi, con un margine traslucido, mentre i fiori, raccolti in spighe cilindriche, sono minuscoli e delicati. Non so se avrei mai dedicato del Tempo a osservare questi alberi se fossi stata in città dove si corre e si inciampa. Qui, con i miei due cari amici, il Tempo mi viene a trovare e mi invita a fermarmi e vedere, invece di sgattaiolare in mezzo al traffico.
A Tamaricciu passiamo tutta la giornata così: a guardare gli alberi, a correre e a nuotare nell’acqua, a ridere per un niente. E forse sono così le giornate migliori che passiamo nella nostra vita: non ci dev’essere sempre un’esplosione, un’azione grandiosa per farcele ricordare nel tempo. A volte le giornate che ci restano nel cuore non sono fatte di grandi eventi. Quelle in cui siamo semplicemente noi stessi, quando dimentichiamo la crema solare e finiamo con i piedi arrostiti dal sole, immersi in una bacinella piena di ghiaccio alla fine della giornata. E proprio lì, ci accorgiamo che stavamo bene davvero. Sarebbe bello che ci fosse un modo per sapere che stai vivendo the good old days, prima di lasciarteli alle spalle.

In Corsica gli alberi aspettano che qualcuno torni a leggerli
Lungo le strade dell’isola, il vento sa ancora parlare con gli alberi. Foreste e piantagioni di alberi da sughero sono visibili ovunque, ma soprattutto lungo la costa sud. Sembrano delle sentinelle dalla pelle rugosa, che crescono lente. Anche loro se ne fregano dei nostri ritmi frenetici.
Ogni albero da sughero custodisce un segreto: sotto la sua corteccia spessa e irregolare, pulsa una promessa. Ma non si concede subito. Bisogna aspettare quindici anni — un’intera adolescenza arborea — prima che l’uomo possa compiere il gesto antico del demasclage. È un rito silenzioso, quasi sacro. Il tagliatore del passato si avvicina con rispetto, come un artigiano davanti a una creatura viva. Con mani esperte incide la corteccia, la solleva piano, senza ferire. Quello che emerge è il sughero maschio: grezzo, nodoso, imperfetto. Non serve per i tappi, ma è il primo respiro dell’albero verso la sua vera vocazione.
Poi si aspetta ancora. Nove, dieci, dodici anni. E quando l’albero è pronto, offre un sughero diverso: più fine, più puro, più docile. È il sughero femmina, quello che canta nelle bottiglie di vino. Ma oggi, in Corsica, queste mani esperte si fanno rare. Ci sono sempre meno famiglie che si occupano di questa attività e le generazioni più giovani non imparano più il mestiere. Le foreste di sughero si chiudono in sé stesse, invase dai rovi, dimenticate. Eppure, ogni albero continua a crescere, aspettando che qualcuno torni a leggerne la pelle.

Il Colle di Bavella
Si può arrivare a Bavella da Zonza o da Solenzara, percorrendo una strada panoramica tra le più belle della Corsica. Solo che questa frase pratica e didascalica non convoglia bene la bellezza di questa parte di isola. La strada si arrampica su verso il colle: curve strette, pini larici che si piegano al vento o che sono stati rotti da fulmini di temporali o incendi senza cuore, ma nulla ferma la nostra jeep e le nostre chiacchiere. A Zonza non c’è quasi nessuno in questa fine di luglio, il che è un bene perché ancora una volta abbiamo modo di chiacchierare con la gente che lì ci vive.
Ecco questo è un altro punto a favore della Corsica: la gente è gentile. Mi rendo che sto scrivendo dei luoghi comuni che facilmente potrebbero essere disintegrati da esperienze di altri viaggiatori diverse dalle mie, ma per me così è: in Corsica – nella Corsica minore, quella meno esposta al turismo ricco – ho spesso e ripetutamente avuto la sensazione che le persone siano genuinamente interessate a chi arriva sulla loro isola.
Acrobazie per prendere una pianta comune
Chi legge questo blog da qualche anno, sa che molte delle mie avventure in giro per il mondo includono spesso cadute rovinose e azzardi al cardiopalma (un esempio tra tutti, questo, in Grecia, dove ho lasciato una caviglia e dove, con i miei stessi due amici, siamo rimasti impantanati su una spiaggia). La Corsica dell’Est non delude queste aspettative.
Partiamo dalla base: ovunque andrete in Corsica, tra le piante grasse più comuni troverete i fichi d’India, noti anche come opuntia. Sono degli enormi cactus con delle pale piatte e spinose che crescono facilmente lungo i pendii assolati dell’isola e nelle zone costiere, e sono spesso utilizzati per delimitare terreni o come barriere naturali. Crescono ovunque in Corsica: ci tengo proprio a sottolinearlo. Non ci sarebbe mai venuto in mente di andare a rubare piante protette o rare. Io e la mia migliore amica, invece, ci siamo impuntate di voler prendere proprio una di queste pale comuni, molto comuni, troppo comuni. Durante questo secondo viaggio nell’isola, avremmo potuto semplicemente fermare l’auto e raccoglierne una ai lati di 1500 strade.

Ma a noi le cose semplici e poco pericolose non piacciono mai: l’ultimo giorno di viaggio, a Bastia, usciamo di casa dicendo che saremmo andate a portare la spazzatura ai bidoni vicino al nostro appartamento. In una mano l’immondizia. Nell’altra, un coltello ridicolo da cucina che nemmeno taglia troppo bene. Fatti 10 metri, adocchiamo la nostra preda: ecco le pale che ci saremmo portate in Italia (come se, tra l’altro, in Italia, queste benedette piante non crescessero ovunque).
E noi, che siamo gente mitica, scegliamo un cespuglio che non sia a portata di mano. No. Scegliamo un cespuglio che spunta a circa un metro dalla strada, a strapiombo sul nulla. Assurdo? Forse. Avremmo potuto fare altri 100 metri per trovarne uno più sicuro e veloce? Assolutamente.
Ma noi, no, noi vogliamo proprio quelle pale. E allora con un’agilità che non mi contraddistingue affatto, io metto nella posizione della panca sul muretto, con il coltello in mano e mi sporgo verso la preda. Nel mentre, la mia amica mi tiene per i pantaloni e per i piedi. Dopo vari tentativi, e una quantità non quantificabile di risate, ce la facciamo. Abbiamo le nostre comuni pale di fichi d’India.
Eroiche? No. Incoscienti? Direi di sì. Leggendarie? Senza dubbio.
