Majdanek. Queste righe.

Non si tratta di un resoconto storico, né di un trattato sulla Shoah. Non ne ho le competenze. Se cercate informazioni precise sugli orrori compiuti a Majdanek, cercate altrove. Ad esempio, qui: http://www.shoah-nakba.it/majdanek.

Queste righe sono il racconto di una brevissima distanza. Majdanek si trova a meno di 10 chilometri dal centro dell’incantevole città di Lublino (link articolo Latitudes): questo orrore nazista non è nascosto da alte mura o da alberi pietosi. Majdanek si estende a pochi metri dalla strada principale: fermate del bus, automobili che vanno e vengono, qualche ciclista, una donna con un cane. Un sentiero asfaltato lo sfiora. I residenti passeggiano con delle borse della spesa, dei bambini per mano, e vanno verso alcune case con piccoli orti, che sono stati tirati su a pochi metri dalle baracche in cui durante la Seconda Guerra Mondiale hanno perso la vita e la dignità migliaia di esseri umani considerati diversi, dal regime nazista.

Queste righe sono il racconto di un pomeriggio di sole. Non lo so cosa mi aspettassi arrivando a Majdanek. Mi aspettavo di vedere dei fantasmi, di percepire delle presenze? No. Ci sono arrivata in un pomeriggio di aprile che sembrava giugno, e mi sono sentita spaventata. Spaventata perché ho pensato e penso che la Storia si ripeta, anche se non identica a se stessa necessariamente. Spaventata perché per le prime due ore che ho passato nell’immensa distesa di Majdanek, non ho incontrato nessuno: scegliendo di non viaggiare in luoghi come questo, cerchiamo di dimenticare quello che è stato perché non è piacevole? Perché non è bello tornare a casa e raccontare “sai-ho-visto-il-primo-campo-di-sterminio-liberato-dall’armata-rossa-nel-1943-e-mio-dio-se-esisti-fermaci-perché-ci-siamo-già-ricascati-più-e-più-volte”?

Queste righe sono il racconto di un papà che dice a suo figlio di sbrigarsi. Dopo le prime due ore, uscita dal capanno che conteneva centinaia di migliaia di scarpe di chi Majdanek non l’ha mai lasciato, ho sentito: “Muoviti. E basta fotografie. E perché non sei come i tuoi amici?”. Non si romanza nulla in un luogo come questo. Perché non sei come tutti gli altri. Perché hai 20 anni e non ti interessano le mignotte in Polonia. “Perché la memoria è tutto quello che ci rimane, papà”.

Queste righe sono il racconto dei fiori che crescono ai lati delle baracche di Majdanek. Della rosa bianca che qualcuno ha posato davanti ai forni di Majdanek. Del vento che entra nei tubi delle docce. Della luce che sfiora i contenitori di Zyklon B, tenuti sotto vetro, a Majdanek. Dei cocci delle antiche lapidi ebraiche, distrutte dal regime nazista e usate per pavimentare le strade di Majdanek.

Queste righe sono il racconto della normalità. Della banalità del male, ma di questo ne ha già scritto – meglio – qualcun altro.

4 Commenti su “Majdanek. Queste righe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *