Zagabria
Vista
Zagabria è poco balcanica. È generalmente pulita, sicura. Zagabria è stranamente simile a Vienna. Giro per le sue strade spesso con il naso all’insù: i palazzi sono quasi tutti stupefacenti, con facciate eleganti, mitteleuropee. Ci sono pochi turisti e viaggiatori nel momento in cui la visito (aprile 2024). Guardo i residenti che vanno e vengono, come formiche. Ci sono tante scuole in gita e molta gente se ne sta seduta ai tavolini dei bar a bere caffè o limonata. Seguo il loro esempio: mi siedo e ordino anch’io qualcosa da bere, un po’ lontano dal centro storico. Mi cade addosso uno strano senso di serenità, come se anche io paradossalmente abitassi qui da sempre.

Olfatto
I giardini botanici di Zagabria sono vuoti quando entro al mattino presto. L’ingresso è gratuito oggi perché – cito testualmente – “è una bella giornata di sole”. Aperti nel 1899, hanno una sezione intera di cui percepisco prima il profumo sottile e languido che la vista: un iridarium, ovvero una parte dedicata solamente agli iris (non molti, in questa stagione).
Vicino ad essa, ci sono altre aree riservate all’importanza dei colori e dei fiori che li rispecchiano: le spiegazioni sono semplici in inglese e in croato. In più parti dei giardini ci sono delle casette per le api solitarie, una specie di cui non ho mai sentito parlare prima e che, a differenza delle api da miele, non vive in colonie né costruisce alveari. Ogni femmina è indipendente: depone le proprie uova da sola, spesso in cavità naturali come buchi nel legno. Chissà se si sentono mai sole. L’olfatto mi porta poi vicino ad alcune piante speciali: sono state adottate. Delle piccole poesie, la maggior parte in croato, spiegano perché e a chi sono state dedicate – una dice: “Rasti mi, drago stablo, i budi zdravo,”, ovvero “cresci per me, caro albero, e sii in salute”.

Gusto
La pancia di Zagabria è il Mercato Dolac. Situato a pochi passi da piazza Ban Jelačić, è il principale mercato agricolo all’aperto della capitale croata, attivo sin dagli anni Trenta. I residenti – tanti – vengono a fare la spesa qui e si muovono in mezzo ai viaggiatori – pochi e tutti molto rispettosi, senza cellulari in mano a fare clic clic qui e clic clic là.

Mi saluta la statua della Kumiza, una contadina con la gerla in testa, simbolo delle donne che portavano i prodotti dai villaggi alla città. Ancora oggi, le donne che lavorano qui si chiamano come lei e ognuna ha una base di clienti abituali che tornano con costanza. Prendo un po’ di sir i vrnje (un formaggio fresco, simile al cream cheese) a cui la proprietaria della bancarella aggiunge un po’ di erba cipollina e un po’ di paprika dolce.

Dolac è pieno di ombrelloni in telo rosso vivo con strisce orizzontali multicolori lungo i bordi: sono uno dei simboli più iconici di Zagabria, e sono chiamati “Šestine”. Ma c’è sempre una leggenda dietro ad un simbolo come questo, no? La leggenda dice che il rosso simboleggi la passione tra due giovani del posto: Jankic professa il suo sentimento a Janica durante un temporale molto forte mentre stringe un ombrello nero. L’amore tra i due è così forte che il parapioggia si tinge di rosso.

Ma la pancia di Zagabria è anche Vincek, una delle pasticcerie più antiche della capitale. Da Ilica – Shops .: Vincek assaggio la zagrebačka kremšnita (ovvero la torta alla crema di Zagabria). È una variante locale della celebre kremšnita, diffusa in tutta la Croazia, ma con un tocco distintivo che la rende unica nella capitale. È composta da strati di pasta sfoglia croccante, un generoso strato di crema pasticcera alla vaniglia, ed è servita fredda, tagliata in cubi perfetti, spesso spolverata con zucchero a velo. Se è piaciuta a me, che in generale non mangio dolci, piacerà sicuramente a chi di zuccheri va pazzo. E una fetta vi costerà solo 2€. Credetemi. Provatela.

Udito
Nel cimitero di Mirogoj tutti i rumori scompaiono. In croato il suo nome significa il posto dove si coltiva la pace. In questo parco monumentale, a circa tre chilometri dal centro città, ci sono tombe di tutte le religioni: cattolici, ortodossi, musulmane, ebrei, protestanti, mormoni, e molti altri. Il reparto aconfessionale accoglie invece le sepolture di chi non desidera un rito religioso o non appartiene a nessuna confessione. Nomi croati, ungheresi, italiani, romeni, russi, si rincorrono nel silenzio del camposanto. In principio, però, ogni religione riceveva un’area dedicata.

Alla fine, poi si finisce tutti più o meno insieme, anche a Mirogoj. Per esempio, se ne stanno qui – nemmeno poi così lontane l’una dalle altre – la tomba di Franjo Tuđman (morto prima di essere giudicato dal Tribunale Penale per l’Ex Jugoslavia e ritenuto capo di un’impresa criminale di pulizia etnica verso i serbi), quelle di chi è morto nelle tante, troppe guerre che hanno sconquassato la Croazia, e quelle di alcuni membri della famiglia di Tito sono sepolti qui (perché Josip Broz nacque infatti non lontano da Zagabria, e riposa a Belgrado). A Mirogoj sicuramente non si combatte più. Si è relativamente tutti uguali. Tutti in silenzio.

Tatto
Le ho toccate, sfiorate tutte, le cravatte a Zagabria. Come le cravatte?
Allora – rimanete con me. Tutto inizia nella Guerra dei Trent’anni (1618-1648) cui partecipano, loro malgrado, anche le truppe croate. Marciando per le vie di Parigi con milizie di varie nazioni, i croati per distinguersi hanno l’idea di annodare un fazzoletto attorno al collo anche per proteggersi dalle lame delle spade nemiche che, dirette al collo, scivolano sulla seta del fazzoletto senza provocare alcuna ferita. E si dimostrano anche molto più pratici dei rigidi colletti merlettati portati dai soldati francesi. I parigini, sempre sensibili al fascino della moda, accolgono con favore lo stile elegante dei soldati croati, definendo quel modo di portare il foulard al collo “à la croate”. Ben presto quest’espressione diventa la radice di una nuova parola francese: la cravate. Quindi grazie ai croati (e ai francesi).
