A che ora chiude Venezia?

I binari

Non c’è cosa più bella di un treno che sferraglia: il movimento, lo spostamento del proprio punto di vista. I binari che corrono eternamente in due, illimitatamente abbracciati, ma per sempre indipendenti: così dovrebbe essere la vita. L’autonomia e il volersi bene.
A febbraio 2022, sono tornata a Venezia dopo tantissimi anni: è stato come ripresentarsi a un passato che sembra essere esistito dentro a un’altra esistenza. Mentre il treno tocca la stazione di Santa Lucia, dopo quel pezzo di ferrovia che sembra fluttuare in mezzo all’acqua, riaffiorano alla mente ricordi dell’università, di quando venivo qui a passare del tempo con un’amica che ora vive un’altra vita altrove, le notti senza pensieri da studentesse. È strano come non riesca più a ricordare nemmeno un nome di quanti erano parte di quegli anni leggeri. Una volta, in una serie televisiva, ho sentito uno dei personaggi dire una frase che mi sembra calzare a pennello: sarebbe bello se ci fosse un modo per sapere che sei nei bei tempi andati, prima di lasciarli davvero. La si capisce solo a posteriori, questa vita.

San Lazzaro degli Armeni

Compro una carta (costo febbraio 2022: 30€) che mi permette di prendere tutti i vaporetti che voglio nelle 72 ore che passo qui. La mia prima tappa di questo itinerario alternativo (si può davvero scrivere qualcosa di originale su Venezia?) è San Lazzaro degli Armeni (https://mechitar.org/it): da San Marco in venti minuti ci si arriva.

In questi giorni di fine febbraio, la città è ancora vuota: i turisti e i merenderos sono ancora lontani, gli americani e molti asiatici sono ancora bloccati nelle vite pandemiche al di là del mare. Ciononostante, con fiducia impacciata mi sembra che si stia tornando a raccontarsi e ad avvicinarsi agli altri viaggiatori. Me ne rendo conto mentre sono in fila davanti all’ingresso del monastero (che si può visitare solo su prenotazione mandando una mail qui visite@mechitar.org) quando, con uno slancio di speranza sconosciuto negli ultimi due anni, chiedo ad una delle poche altre persone in fila se è armena. Lo so benissimo che è armena, l’ho sentita parlare e nella mia testa, quel flusso di suoni dolci, fa partire un flusso di coscienza a dir poco joyciano che mi catapulta a Yerevan. Senza nemmeno aspettare che mi risponda, poi, proseguo col dirle che io nella sua nazione ci sono stata tanti anni fa e che l’ho amata, come si possono amare solo i luoghi. Ana è giovane e sorride piena di gioia a sentire quello che le dico. Lavorava nel turismo, e la pandemia l’ha disintegrato. Ma la felicità del viaggiare, no, quella il COVID non l’ha distrutta, mi dice. 

Della visita (guidata – costo: 6€) a San Lazzaro degli Armeni, decido di ricordare solo alcune cose: la testa non può trattenere tutto e allora, se tutto scorre, voglio bloccare la bellezza. La scrittura in questo mi salva.

In una delle sale, c’è un pannello che riporta una delle tante lingue dell’India: le parole venivano usate per ordinare i sacerdoti, ma la cosa unica di questa tavola è che le righe che la compongono si leggono da destra a sinistra, e poi quelle successive da sinistra a destra, e poi ancora da destra a sinistra: una specie di infinito serpente di vocaboli che gira su se stesso in eterno.

Di San Lazzaro, poi, voglio raccontare della piccola zona oltre alla quale inizia la clausura dei monaci: c’è un enorme telescopio in legno. Me li immagino questi uomini dedicati allo spirituale, con gli occhi dentro a quel macchinario che guardano gli astri che ballano sopra di noi.

Alla fine della visita, mentre aspetto il vaporetto, mi ritrovo in un frammento di sospensione: l’acqua sembra non esserci. Non ci sono barche che sfrecciano. È tutto immobile. Sembra che tutto galleggi sopra l’etere, sopra un nulla totale. L’isola di San Lazzaro, quindi, esiste veramente, oppure l’ho sognata? 

Cimitero di San Michele

Qui riposano personaggi immensi, come Doppler, ed Ezra Pound e la sua compagna Olga Rudge: li abbraccia una rosa rossa, appoggiata sulla lapide. C’è anche Igor Stravinsky vicino a Sergej Pavlovič Djagilev, organizzatore e direttore artistico di spettacoli di danza, celebre soprattutto per aver fondato la compagnia dei Balletti russi da cui hanno preso il via le carriere artistiche di molti ballerini e coreografi, nonché quella di Stravinskij.

Cammino vicino a diverse cappelle, la più bella di tutte quella di San Cristoforo e della Misericordia. Parte del Cimitero è anche dedicata a una serie di suore e frati, che dormono accanto ad una lunga fila di soldati francesi: aviateur, soldat, infirmier, pilote, second maitre mécane, Jean, Gaston, Elie, Victor.

Siamo tutti uguali dall’altra parte. Niente bandiere, niente che resta del nostro corpo fisico, niente possedimenti o soldi. Restano le nostre opere, se siamo fortunati ad aver creato qualcosa di grande. Altrimenti, restiamo nei ricordi di chi ci ha voluto bene, lungo le  traiettorie dei nostri binari.

San Pietro di Castello

Nei giorni che trascorro a Venezia, realizzo – forse per la prima volta, dopo tante visite in questa città – che non è affatto il luna park che molti si aspettano. Venezia è reale, mentre intorno a me concerti di parole in veneto corrono tra una calle e l’altra per scomparire poi quando si gira l’angolo e tuto diventa silenzio e acqua. Venezia galleggia tra diversi mondi e diversi sogni: è qui e lì, è Oriente e Occidente, e tra qualche mese tornerà ad essere metà fiaba e metà trappola, come diceva Thomas Mann, ma ora Venezia è vera nei miei occhi.

Passo un paio d’ore nel quartiere di San Pietro di Castello e la normalità della vita quotidiana diventa evidente quando incontro un mercato rionale: l’unica differenza è che invece di esserci diversi banchi della frutta e della verdura, qui i prodotti vengono venduti da una ragazza che si sporge da una barca. Il riflesso delle borse che passa ai clienti e del foulard rosso che le scende dalla nuca giù verso una spalla si specchia nell’acqua, vicino ad un pomodoro che sta facendo una nuotata nel canale.

Non ci sono turisti qui, nessuno che si azzardi a chiedere a che ora chiude Venezia.

La Cripta sommersa di San Zaccaria

In Campo Zaccaria, c’è la chiesa dedicata allo stesso santo. La cripta (a cui si accede con un biglietto di 2€ – prezzi febbraio 2022) si trova quasi costantemente allagata a causa dell’innalzamento progressivo del livello medio del mare.
Già di per sé, la visita vale la pena. Davanti alle tre navate che compongono la cripta, però, sono di nuovo in crisi: il sopra si specchia nel sotto, o è viceversa, o entrambi? In questo straordinario gioco di specchi sottoterra, sparisce il rumore dei vaporetti, dei passi, delle pentole che sbattono nelle cucine al di sopra. Mi riconosco riflettendomi nell’acqua: mi trovo quasi divertente, mentre sorrido specchiandomi nel mare che arriva fin qua sotto.

Giudecca

Altro giorno, altra isola: la Giudecca. Mi sento stranamente a casa, qui. Come spesso accade mentre viaggio, la vita altra non esiste. Nella mia testa, io abito in Giudecca, almeno nel presente immediato: sono una dei tanti residenti che incrocio lungo la Spina Longa. Accarezzo i tanti gatti che spuntano dal nulla. Faccio quasi finta di non vedere i tanti citofoni teromorfici, belve che proteggono i cognomi di chi qui, davvero, ci vive.

Davanti all’hotel Hilton, che una volta era un mulino e veniva chiamato Stucky, mi imbatto in un gruppo di frati che fanno foto ai giocatori della squadra del Genoa, qui in trasferta per giocare contro il Venezia. Non sapevo nemmeno che esistesse una squadra per questa città, ma la mia conoscenza del calcio è simile al mio interesse per questo sport: è nulla.

Nei pressi della Casa dei Tre Oci, l’ennesimo gatto mi si avvicina e non mi molla. D’improvviso la sua padrona – ottantenne, dagli occhiali spessi – si sporge dalla finestra e mi chiede se voglio salire per un caffè: declino, ma la ringrazio perché un caffè è un segno di speranza nel prossimo, almeno in Italia. Alla fine del Rio del Ponte Nuovo, poi, dei canottieri si allenano a fior d’acqua: di nuovo Venezia torna a galleggiare nel niente, ad essere qui e lì e in nessun luogo allo stesso tempo.

San Servolo

San Servolo è completamente deserta. In bilico tra un passato in cui era un manicomio femminile e un presente in cui è sede non solo di un enorme parco pubblico gratuito, ma anche di un distaccamento dell’università cittadina e dell’Afghanistan.

Proprio attraverso le porte di quest’ultima si entra nell’isola. In una delle aree del giardino  trovo una sedia: è dedicata a Vaclav Havel da parte di Amnesty International.

Nel silenzio più assoluto, realizzo ancora una volta che i luoghi trattengono e trasmettono  qualcosa del loro passato: cosa potevano fare le donne rinchiuse qui se non buttarsi a mare per scomparire in questo modo, in mezzo alla loro disperazione? 

Cannaregio – Sestriere Ebraico

In quella vita di cui parlo all’inizio di questo racconto, avevo già visto le sinagoghe aperte al pubblico. Ma, data la flebilità della memoria, decido di rifare la visita guidata (potete prenotare qui).

Riaffiorano così concetti e informazioni che erano andati persi chissà dove nei miei ricordi: le cinque finestre sulle facciate ad indicare la presenza di una sinagoga; l’etimologia – tutta veneziana – del termine ghetto, che significa fonderia – il luogo dove si “gettava” il metallo (link); le tre porte da cui sembrano aver avuto origine espressioni comuni come essere in rosso, ed essere al verde; gli elementi delle sinagoghe, dove deve esserci sempre un ingrediente di imperfezione, come una piastrella storta; i monumenti alla Shoah, dove compaiono insistentemente troppi nomi di bambini, alcuni di pochi mesi.

E poi l’incontro con Lui. No, non è una storia d’amore, questa. È solo un’altra storia di quanto Venezia sia transitoria, sia imprendibile o incomprensibile, forse. 

Entro nel negozio attratta da quadri in cui dominano l’arancio e il rosso, i miei colori preferiti (anche se poi mi vesto sempre di nero, ma questa è un’altra storia ancora). A pochi passi dall’ingresso, c’è un gatto molto grasso che dorme in un paniere sotto una lampada riscaldante.

Patisce il freddo, annuncia. Lui è seduto, legge, a una piccola scrivania. Benché mi sforzi, non riesco a dargli un’età: indossa la mascherina e quindi non riesco a fare questa valutazione accedendo ai dati della sua dentatura, che aiuta in questi casi; ha gli occhi giovani e freschi come quelli di un bambino, ma rughe profonde, segno di un’anima antica. I capelli non sono rasati ai lati del capo e scendono in riccioli accanto alle orecchie. I vestiti sono neri: pantaloni appena sotto il ginocchio, calze alte, e scarpe scure. L’unico elemento color vaniglia è un panno che spunta da sotto il gilet da cui poi partono dei filamenti in tessuto che ad ogni passo sbattono contro le gambe (a ricordare i peccati?). Come con Ana a San Lazzaro degli Armeni, anche con Lui un elemento piccolo come questi spaghetti di tela mi riporta altrove, a Gerusalemme, a quella notte in cui mi sono stati azzerati i peccati.

Cominciamo a chiacchierare e fin da subito so che non riesco a capire tutto quello che dice perché inframmezza parole in yiddish e in ebraico a ragionamenti estremamente complicati: parla di Kabala, di canali energetici, della differenza tra segno e di-segno. Parla di montagne della Val Brembana da cui dice di essere sceso per venire in mezzo a tutta questa pianura. Menziona lo shabbat e la bellezza del canto dei merli. Provo a fermare la complessità del tutto, facendo domande assurde che vengono risposte in modo altrettanto criptico:

– Perché studi?
– Per sentirmi libero.

Non è affatto alto, Lui. Ma mi sembra che all’interno di questo involucro modesto si nascondano un’immensa personalità e conoscenza che mi mettono a disagio, perché so di non sapere, e so che questa vita non sarà mai sufficiente per capire tutto o trattenere tutto.

E poi, a distrarmi, arriva un altro pensiero che vi sembrerà una grandissima cazzata: per un istante, Lui non mi sembra nemmeno reale. Sto forse parlando da sola? In questa domanda, ecco di nuovo Venezia: il qui e lì, il tutto e il nulla. Il sogno e la realtà.

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