Ecuador

Adiós, Ecuador!

Amazzonia: Puerto Misahuallí

In un viaggio come questo si dorme poco. La voglia di continuare, anche se la fine dell’Ecuador si avvicina, è tanta. Nessuno si lamenta. Alle 7 siamo già sulla jeep: dallo specchietto retrovisore guardo allontanarsi per l’ultima volta (in questa vita!) Baños de Agua Santa. Abbiamo davanti a noi solo 150 chilometri, ma le strade in Ecuador sono spesso complesse. Ci mettiamo quasi 4 ore a percorrere questa modesta distanza. Entriamo a Puerto Misahuallí all’ora di pranzo dove ci fermiamo per un paio d’ora: mangiamo qualcosa, c’è chi addirittura se la sente e sgranocchia delle larve di un insetto panciuto e grassoccio cucinate alla griglia.

Non mi sento così avventurosa e faccio pace con la mia decisione: le larve non saranno tra le cose assurde che ho mangiato in giro per il mondo. Nel centro di questo piccolo comune ecuadoregno non succede granché. Ci sono delle scimmie che bevono da bottiglie abbandonate nei cassonetti. Alcuni uomini guardano una partita di calcio da quella che sembra essere la sola tv dell’isolato, schiacciata dentro ad un negozio che vende di tutto, dai chiodi alle ciabatte. Qualche gallina qua e là scorrazza distratta ai bordi della strada principale.

Perché venire a Puerto Misahuallí, allora?

Il Rio Arajuno: un viaggio verso l’origine del mondo

Perché qui molliamo la jeep e abbiamo appuntamento per un passaggio su una canoa sugli argini del Rio Arajuno, un affluente del Rio Napo, che a sua volta è un affluente del Rio delle Amazzoni e scorre tra Ecuador e Perù. Le acque del Rio Napo nascono ai piedi del vulcano Cotopaxi, e ahimè – sono state le prime ad essere scoperte dai conquistatori spagnoli quando, intorno al 1540, Pizarro e Francisco de Orellana, lo esplorarono – sempre con la croce davanti al petto e la spada dietro alla schiena – e ne discesero le correnti fino all’Atlantico.

Comunque sia, colonizzazione a parte, risalire il fiume è come entrare nel cuore della terra, è come tornare a una Storia ancestrale di cui tutti siamo parte. Al Liana Lodge ci danno le chiavi (inutili, ovviamente, non c’è nulla qui) di quella che sarà la nostra casa per i prossimi giorni: è un bungalow senza vetri ma con zanzariere che sembrano non finire mai (anche se di zanzare noi non vedremo nemmeno una, data la stagione), il tetto in paglia toquilla (sì, proprio quella con cui si fanno i cappelli di Panama che non sono di Panama, ve li ricordate?) alto almeno 6-7 metri, forse 10 chi lo sa. Non lo posso ancora sapere mentre lancio lo zaino sul letto, ma proprio su quel tetto, il mattino seguente avremmo visto un gruppetto di scimmie camminare tutte serie, come se stessero andando a scuola o in ufficio. Non ci avrebbero nemmeno considerate, stese lì sul letto, una volta accortesi di noi. Appena uno sguardo fugace, disinteressato: noi qui siamo ospiti di passaggio.

Quando la luce del giorno comincia a stemperarsi nel crepuscolo, riprendiamo la stessa canoa veloce che ci ha portato qui solo qualche ora prima. A me, però, sembra che il Tempo in questo luogo si sbricioli mentre risaliamo il fiume. La foresta amazzonica ci parla, ci guarda: siamo circondati da rumori, versi, suoni, canti di uccelli e grilli e cicale e probabilmente di altri animali che non conosco. Sono certa che ci stiano osservando dall’alto degli alberi. Mi viene in mente Heart of Darkness di Conrad.

E lo so che lui parla dell’Africa e io sono in Ecuador, ma tutta questa vita nascosta e rumorosa, anche qui non è uno sfondo naturale: è un mistero, è l’ignoto, è una discesa vera e propria dentro all’animo umano, è primitiva ed eterna, è un luogo che respira e che precede e sopravvive alla presenza umana, è un viaggio verso l’origine del mondo, è una discesa calcolata verso le profondità dell’essere interiore.

Ritorniamo al lodge per l’ora di cena. Non c’è elettricità dopo le 9 di sera qui. Ceniamo alla luce di un caminetto modesto all’aria aperta e poco dopo torniamo nelle nostre stanze. Non dimenticherò mai quella notte: il concerto continuo della Pachamama allontana la fragile società moderna a cui sono abituata e mi guida in un sonno profondo, fatto di memorie molto lontane e legami invisibili con il passato.

Formiche feroci e alberi che esplodono e palme che camminano

Al mattino la nostra guida locale ci accompagna per una lunga camminata nella foresta. Si procede con lentezza e con estrema attenzione. Mi infilo in mezzo ad una vegetazione che è difficile da comprendere, da afferrare a livello visivo e mentale. È un enorme universo verde: dall’alto al basso e viceversa, i punti di riferimento a volte non mi risultano poi così chiari. Tutto è umido e vivo. Ma siamo fragili qui, noi essere umani.

Dicono che l’unione faccia la forza, e con le formiche conchas questo proverbio assume un significato davvero unico. Queste piccole assassine, infatti, possono essere letali se a morderti è un gruppo e hai problemi di cuore. Se invece ad attaccarti è solo una, te la puoi cavare con 24 ore di vomito, diarrea, febbre. E pensare che a vederle lì, sulle cortecce degli alberi che ci circondano, sembrano innocue, quasi scontate. Ecco perché forse non bisognerebbe mai giudicare chi abbiamo davanti solo dall’aspetto esteriore.

Una pianta che già dall’aspetto esteriore (e dal nome!), invece, ci fa capire di che pasta è fatta è la hura crepitans. L’albero presenta una ramificazione complessa e visivamente suggestiva, con rami che si elevano in modo distintivo fino a un’altezza massima di circa 60 metri. Il suo legno non si può usare nelle costruzioni perché è fragile, soffice. A rendere unica questa pianta, però, è innanzitutto il tronco, che può arrivare ad avere una circonferenza di 10-15 metri nella piena maturità, e che – attenzione attenzione – negli esemplari più giovani è ricoperto di lunghe spine affilate che lo rendono praticamente impossibile da scalare. Da qui il nome monkey-no-climb tree. Non ha quasi foglie in questo periodo dell’anno, quelle arrivano solo durante la stagione delle piogge (dicembre – aprile), e tanto meno frutti. E meno male, direi – sì, perché la hura crepitans (in latino: il verbo crepitare significa “scoppiettare”, “scricchiolare” o “fare rumore”), produce infatti fiori rossi e frutti rotondi molto simili a zucche che esplodono quando sono maturi, lanciando semi a oltre 200 km/h e fino a 100 metri di distanza. Anche per questo motivo, questo albero è soprannominato dynamite tree.

Ovviamente queste sue proprietà esplosive e velenose lo hanno reso protagonista di racconti e miti. L’unica leggenda che ho avuto cura di scrivermi narra, ad esempio, che i frutti dell’Hura Crepitans esplodano per liberare le anime intrappolate al suo interno. Si dice che ogni seme contenga la memoria di un guerriero caduto, e che il suono dell’esplosione sia il grido di battaglia di chi non ha mai trovato pace. Per questo, alcuni anziani vietano di raccogliere i frutti maturi, temendo di disturbare gli spiriti.

La socratea exorrihiza, invece, non spara nulla. Lei cammina. O meglio: mettiamola giù in maniera meno poetica e più scientifica. Questa palma sviluppa radici aeree lunghe e robuste, che si estendono dal tronco come gambe. Sono simili ad un baldacchino o ad una palafitta, che la sostengono e la aiutano letteralmente a spostarsi o rialzarsi quando serve. Infatti, quando il terreno diventa instabile o l’ambiente cambia (meno luce, meno nutrienti), la pianta può far crescere nuove radici da un lato e lasciare seccare quelle opposte, spostando lentamente il tronco nella direzione più favorevole. Si tratta ovviamente di un processo molto lento: si parla di pochi centimetri al giorno, e in alcuni casi fino a 20 metri in diversi anni. L’idea che “cammini” è più una leggenda affascinante che un fatto scientificamente provato. Le radici servono soprattutto a stabilizzare la palma e permetterle di crescere in altezza senza un tronco troppo spesso. Non si muove come un animale, ma la leggenda, amplificata anche dalle guide locali, conserva un fascino irresistibile. È un esempio sorprendente di adattamento alla vita nella foresta.

La chicha

Non mi piace romanzare la realtà, perché la realtà è al 99% meglio di un libro, di un film. Quindi verrò al sodo, perché nei viaggi non è che tutto vada sempre bene, o che tutto sia sempre perfetto. I cibi a volte non sono né profumati, né fragranti. Ecco – la chicha è uno di questi.

Ma facciamo un passo indietro – cos’è la chicha? È una bevanda importante in Ecuador. Un simbolo di identità culturale perché rappresenta ancora oggi un legame profondo con le tradizioni indigene e con la Terra. È una bevanda fermentata e, a seconda della regione, viene preparata principalmente con mais, manioca/yuca (che sembra un po’ una carota, per capirci), o frutta. A volte, arriva a sostituire i pasti.

Teresa, la donna di etnia kichwa, ha meno di 60 anni ed è già nonna. Me ne porge un bicchiere nel pueblo (villaggio) dove concludiamo la giornata e mi guarda speranzosa e accogliente, mentre ne butto giù qualche goccia. Mi guarda e io sorrido, mentre in realtà vorrei solo che la Pachamama si spalancasse e io venissi risucchiata nel suo ventre. Lo so, la preparazione è artigianale e viene tramandata da generazioni. E lo so: è una pratica antichissima, e offrirla è un gesto sacro e comunitario.

Ma io non riesco a smettere di pensare che in alcune comunità, il mais viene masticato dalle donne per avviare la fermentazione tramite gli enzimi salivari. E in questo pueblo, non lo so se Teresa ha masticato il mais per preparare la chicha. La chicha, infatti, è densa in questo caso, e anche un po’ alcolica. È acida e sa di terra. Teresa mi guarda, quel viso solcato da rughe che la fanno apparire almeno 15 anni più vecchia. Mi sorride. Io butto giù il resto del bicchiere e prego che la Pachamama si spalanchi sotto di me. Ma niente da fare: la Madre Terra non mi ascolta stavolta.  

Latacunga

Ritornare ai rumori della società sembra quasi un affronto: sembra surreale rivedere auto, pacchi di patatine, edifici, semafori, anche solo dopo qualche giorno nel cuore dell’Amazzonia. Tutto, là, è sembrato lontano.

Il fatto che, dopo aver recuperato la jeep a Puerto Misahuallí, la nostra prima tappa sia Latacunga non aiuta. Latacunga non è memorabile: ci serve solo come tappa dall’Amazzonia a Quito, da cui poi voleremo a casa. Di questa cittadina ricordo solo una cosa: i negozi esoterici vicino al cimitero dove compro cose assurde: un profumo magico per la casa che dovrebbe aumentare la possibilità di viaggiare; una quantità vergognosa di incensi che dovrebbero – si spera – aiutare nell’ordine amore, soldi, sesso, lavoro, rilevanza politica (non che questa sia un’area nella mia vita a cui bado); una serie infinita di amuleti contro il malocchio, uno per tutti i mesi dell’anno, che distribuirò una volta tornata a casa a quelli a cui voglio bene. Nell’ultimo negozio di Latacunga mi propongono anche una bevanda magica contro il mal d’amore. Mi torna in mente automaticamente la chicha di qualche giorno prima. Declino cortesemente ed esco con il mio armamentario magico: con tutto quello che ho preso, potrei essere protetta per i prossimi 15 anni.

Laguna Quilotoa: Adios Ecuador!

Prima di tornata a Quito, l’ultimo giorno in Ecuador rimane sicuramente uno dei più indimenticabili. La Laguna Quilotoa, infatti, è uno dei luoghi più spettacolari dell’Ecuador: un lago vulcanico incastonato in una caldera a oltre 3900 metri di altitudine, nella provincia di Cotopaxi. Il cratere ha una circonferenza che sembra un po’ perdersi a vista d’occhio, anche se in realtà scopro essere solo di 3 chilometri.

Io e due mie compagne di viaggio decidiamo di scendere fino al lago. 400 metri di dislivello – che saranno mai. La discesa dura circa una mezzora: ci sono tratti di sabbia fine e cenere vulcanica, che rendono il passo instabile e scivoloso e ci sono sezioni con pietre e radici, che richiedono attenzione e scarpe con buona aderenza. La risalita richiede 1 ora o più, perché è faticosa e in quota (oltre 3.900 m), quindi l’ossigeno è più rarefatto.

La vista – sia dall’alto che dal basso – ripaga ogni passo, e la luce trasforma la superficie del lago in un mosaico di tonalità che spaziano dal turchese al verde smeraldo. Cambia tutto continuamente, il vento gioca con le nuvole e il sole.

Davanti alla Laguna, ho dato il mio adiós ufficiale a questa nazione: l’Ecuador per me rimane una dei paesi più completi, più indimenticabili che abbia visitato nel mondo. È diventato anche un punto di paragone irraggiungibile: tra le Galápagos e le Ande, ho trovato non solo la bellezza del mondo, ma anche quella parte di me che cercava un senso più autentico al viaggio.

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2 risposte a “Adiós, Ecuador!”

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