I monasteri della Bucovina

Questa è una storia di cicogne, di apocalissi, di passaggi a livello. È una storia di cacche schiacciate, di lapislazzuli, di monaci sordomuti, e di pozzi d’acqua davanti a case splendide. Questa, però, è soprattutto una storia in cui per me è crollato il concetto di Tempo, inteso come modalità con cui i singoli eventi si susseguono e sono in rapporto l’uno con l’altro. 

Tanto non me lo ricorderò mai perfettamente

La Bucovina sta tra la Romania e l’Ucraina e fa parte della regione geografica della Moldavia.

Capisco le vostre espressioni di angoscia e vi dico: non vergognatevi. Non arrossite se, anche voi come me, non riuscite mai a ricordarvi:

  • Qual è la differenza tra Moldova e Moldavia?
  • C’è in effetti una differenza tra Moldova e Moldavia?
  • La Moldova non è un fiume?
  • Che lingua si parla in Moldova e in Moldavia?
  • Ma la Bessarabia e la Transnistria c’entrano?

Con toni pseudo-evangelici, posso dirvi che la vita prosegue lo stesso senza questo tipo di risposte.

Però.

Però, la geografia è importante, e la storia ancora di più. E allora, ecco il Verbo, trasferito a voi direttamente dal sito della Crusca: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/moldavia-moldova

Mulțumesc

Dicono che ce ne siano 2000.

Ma non è possibile.

Dicono che siano belli come la Cappella Sistina e il Duomo di Orvieto.

Ma figurati.

Così dicono.

Ma l’Italia è il paese più bello del mondo.

Mah. Dicono che valga la pena di andare in Romania. 

Vabbè. fai come vuoi. 

A giugno 2019, sono andata in Bucovina per vedere i suoi monasteri.

Con l’eccezione di Bogdana (costruito alla fine del 1300), questi patrimoni dell’Unesco sono stati costruiti tra il 15° e il 16° secolo da parte di Stefano Il Grande e suo figlio (illegittimo!) Petru Rares, campioni della resistenza della fede ortodossa contro l’espansionismo musulmano e cattolico.

Dall’Italia, ho volato (via Bucarest) su Iași. Da lì, senza una macchina a noleggio questo viaggio sarebbe stato pressoché impossibile a causa della mancanza totale di un sistema di trasporto pubblico al di fuori dei centri urbani più grandi.

Da Iași, le strade mi hanno portata su verso nord: il paesaggio è morbido e accogliente come un vecchio amico che sapeva del mio arrivo e che allora ha preparato giornate di sole e aria languida e carretti trainati da cavalli agghindati a festa.

Le vie che mi hanno accompagnata verso Probota sono decorate da covoni di grano appesi su strutture alte che permettono di far fuori l’umidità dell’estate appena iniziata, e da passaggi a livello: si rallenta vicino ai binari del treno, si guarda da una parte e poi dall’altra, e poi si continua oltre. È una pianura totale dove il respiro diventa più semplice, dove non ci sono discariche o fabbriche.

Ai lati delle strade ci si ferma: si comprano albicocche e ciliegie, si recupera un po’ d’acqua dalle fontane e ci si riconcilia con il movimento della natura. Davanti alle staccionate i contadini sulle panchine si riposano aspettando il tramonto parlando delle stesse cose di sempre, prima di entrare in casa per la cena.

Dagli innumerevoli pali della luce ci guardano le cicogne: se ne stanno lassù sui loro enormi nidi che offrono riparo e riposo a passeri e rondoni, si prendono cura dei loro piccoli (che sono giganteschi). Di fronte alla semplicità del mondo animale, mi capita di ritornare bambina: le saluto, ci parlo, pensando stupidamente che possano ricambiare e raccontarmi cosa vedono dalle loro casette.

A pochi chilometri da Probota, mi fermo a fotografarle e finisco nella cacca.
Già. Nella cacca di mucca.
Ho delle scarpe da ginnastica nuove. Rosa e grigie. Splendide.
Ma ora sono nella cacca fino alle caviglie. 

Maria Teresa, la mia grandissima compagna di viaggio e pilota in questo itinerario, ride e scrolla la testa. Si apre il cancello blu della casa di fronte a cui abbiamo parcheggiato. Dall’ombra del pergolato, il contadino si avvicina e comincia a chiacchierare in romeno stretto stretto. Quella teoria dell’inglese come lingua globale va così spesso a farsi benedire in giro per il mondo, e soprattutto in questa parte d’Europa.

L’avvicinamento. Il venirsi incontro, il venirsi in aiuto senza aspettarsi nulla in cambio: è questo il Viaggio. È questo movimento naturale a rendere il mondo un luogo per cui vale continuamente la pena di sorridersi, di viversi, di fidarsi. 

Ma cosa hai fatto, aspetta che ti aiuto, penso che mi dica mentre apre la porta del pozzo che completa la sua abitazione. Ride mentre mi rovescia piano l’acqua sulla parte puzzolente, e poi indica i piccoli delle cicogne. Penso che mi dica che lassù ce ne sono tre, ma a volte anche di più: i nidi delle cicogne sono luoghi affollati, altro che Times Square.

Da dove venite.

Italia, Torino.

Juventus.

No, Torino.

E ridiamo, come se fosse la conversazione migliore di sempre, come se ci fossimo visti la sera prima alla panchina davanti a casa sua. Penso che vivere sia semplice, in fondo.

Ciao, e grazie.

Mulțumesc.

Probota e Râșca

Da Iași a Probota ci vogliono circa 2 ore di macchina. Parcheggiamo in uno spiazzo deserto, proprio di fronte al monastero. Ci sono un paio di giardinieri che sistemano le aiuole in fiore. C’è una coppia di pellegrini che passeggia, e all’ingresso ci accoglie una monaca un po’ arcigna che ci fa pagare l’entrata (5 lei a testa) e la tassa per fare le fotografie (10 lei per visita) all’interno di questa struttura fondata nel 1530.

Varcata la soglia, mi batte il cuore forte come quando si è innamorati.

Davanti a me si spalanca una serie infinita di angeli e santi agghindati come guerrieri, e lassù in mezzo alla cupola centrale ci guarda il Cristo Pantocratore che benedice il creato con le tre dita della mano destra. La luce del giorno filtra dentro a questo crepuscolo silenzioso. Come accadrà in tutti gli altri monasteri, anche a Probota compare la famiglia fondatrice su uno dei muri principali: il padre regge la rappresentazione della chiesetta in mano e la porge alla Madonna, e dietro ha a seguito i suoi famigliari, tutti con corone e vestiti regali ci guardano dall’alto dei secoli.

Il Tempo e le ere storiche e politiche che separano me dagli artisti che cinquecento anni fa hanno dipinto questa meraviglia evaporano: scompare qualsiasi tipo di divario e siamo insieme, vicini, senza tensione. Rimbombano solo i nostri passi in questa capsula della storia.

A Râșca (fondato nel 1542), arriviamo dopo circa un’ora. Il tetto grigio-verde del monastero svetta verso il cielo in questo pomeriggio così caldo e umido. All’ingresso, c’è solo un gatto con un occhio sbilenco che cammina annoiato in mezzo ai papaveri: qui nessuno chiede di pagare nulla. Il monaco che ci accoglie è sordomuto, ma il suo sorriso racconta più di mille chiacchiere. Ci fa cenno di entrare.

Io non lo so se è perché a Râșca davvero non abbiamo incontrato nessuno e quindi l’esperienza è stata più intima, oppure perché in qualche strano, inspiegabile modo, è possibile per alcuni luoghi ritenere la memoria degli eventi passati.

So solo che Râșca (con Arbore, di cui parlerò più avanti), con i suoi affreschi anneriti dai secoli, con il suo immenso candelabro, con i suoi mostri – lupo dell’Apocalisse che mangiucchiano le anime dei dannati, con il suo continuo chiaroscuro, per me è stato il monastero più effimero, più spirituale e etereo, e quindi il più indimenticabile di tutto il viaggio.

Smettetela subito

Di Voroneṭ, tutte, ma proprio tutte le guide vi diranno che è il più bello e il più importante tra i monasteri della Bucovina. Vi diranno che è la Cappella Sistina dell’Est, che il Giudizio Universale che copre le sue pareti esterne con angeli e demoni alla fine dei giorni è unico al mondo.

Che quel blu lì, fatto di lapislazzuli, è rarissimo e addirittura è diventato un colore a sé, come il rosso di Tiziano e il verde di Veronese. Vi diranno tutte queste cose a ragione, ovviamente, perché questo monastero è incredibile con i suoi affreschi che raccontano non solo la fine del mondo, ma anche altre parti bibliche come la Genesi, gli inni sacri, e l’Albero di Jesse, e poi ritraggono anche Platone e Aristotele.

Ma.
Ovviamente, c’è un ma.

Arrivare a Voroneṭ, un’oretta di strada dopo Râșca, per me è stato estraniante: i due bus stracolmi di turisti tedeschi che urlavano e scattavano fotografie come se i lapislazzuli fossero sul punto di evaporare, il rumore delle loro chiacchiere e delle spiegazioni della loro guida abbaiate dentro ad un megafono, gli ammonimenti dei religiosi contro questi atleti del selfie che non capivano perché non potessero usare il flash all’interno del monastero non mi hanno fatto apprezzare questo luogo come probabilmente avrei dovuto.

Di fronte a tali dimostrazioni di analfabetismo socio-culturale, non posso non chiedermi perché la gente in fondo decida di viaggiare in posti come questi: cosa ci venite a fare in Bucovina, se una volta arrivati in questa regione spirituale non avete nemmeno l’accortezza di abbassare la voce? Cosa sperate di trovare, qui? Cosa volete provare al resto del mondo? Che viaggiate in posti alternativi e per questo siete speciali? A questi urlatori, chiedo: ma voi lo sapete davvero poi cosa state guardando?

Da Humor a Bardonecchia

Con l’ultimo monastero del giorno, ci è andata meglio. A meno di 15 minuti di macchina da Voroneṭ, siamo arrivate a Humor (fondato nel 1530). In lontananza, ecco un temporale che avrebbe rinfrescato l’aria almeno per la notte.  Humor è il primo dei monasteri della Bucovina ad essere stato affrescato: i suoi dipinti, accomunati dal colore ocra rosso, parlano dell’Ultima Cena, ma soprattutto raccontano dell’Assedio di Costantinopoli avvenuto nel 626 per mano dei persiani. A guardarli bene, però, i persiani non sembrano persiani: hanno un turbante che li fa apparire molto turchi. Storcendo un po’ la Storia, in tutti gli eremi di questa parte della Romania gli affreschi venivano utilizzati per la propaganda politica in aggiunta a quella spirituale. Su questi muri secolari, i persiani diventavano turchi per ricordare alle comunità contadine chi fosse il nemico che Stefano il Grande e Petru Rares avevano baldanzosamente sconfitto.

Oltre a queste deformazioni storiche riscontrabili in tutte le società, di Humor nella mia testa rimane un altro elemento: la miriade di firme di chi è arrivato qui nei secoli passati e ha inciso il suo nome sotto l’effige di questo santo o della Madonna.

Alcuni sono stati graffiati in corsivo latino, altri in cirillico, vengono da lontano geograficamente e storicamente, che dicono io sono stato qui, era il 1889 o il 1724, mi chiamavo Joseph Kadar o Medresh o Alexandr. Non sono più vivo, ma rimango eterno in questa ferita, vicino a questi beati, vicino alle trombe dell’Apocalisse.

Probabilmente quello che sto per dire è una sciocchezza estrema, ma non sono anche questi scarabocchi e sfregi un tipo di elemento che aiuta a ricostruire la storia e che può raccontarci i movimenti dei popoli? Cosa cercava chi arrivava a Humor nel 1700? E soprattutto: chissà com’erano Humor e i Carpazi e tutti i monasteri della Bucovina nel 1700!

Alla fine del primo giorno del viaggio in Bucovina, Maria Teresa ed io abbiamo dormito a Bardonecchia. Che cazzo scrive questa, penserete. Bardonecchia non è in Romania. Bardonecchia è nella Alta Val Susa. Eppure. Eppure, Gura Humorului ci ha ricordato il comune piemontese famoso per gli sport invernali: sarà stata l’arietta frizzantina di montagna, le foreste di abeti che ci hanno fatto compagnia mentre ci stavamo avvicinando, le casette delicate, i piccoli ponti che attraversano il centro del paese, le rotonde abbellite con vasi di fiori! A volte, Bardonecchia capita proprio quando meno te l’aspetti!

Da Moldovița a Putna, e un confine che non si trova

Il secondo giorno ci ha portate verso il monastero di Moldovița (costruito nel 1532) e da lì su verso il passo di Pasul Ciumarna: ci si arriva seguendo la DN17A, una strada asfaltata in mezzo alle foreste di abeti dei Carpazi.

A differenza di quello che viene raccontato su alcuni siti di viaggio, il percorso non è per niente pericoloso: sembra d’essere in un’altra epoca storica e la vista si riposa, mentre si guida in questi 15 chilometri di curve e tornanti. Ci siamo fermate per un caffè al Monumentul Drumarilor, una mano alta 7 metri costruita qui alla fine degli Anni Sessanta, un simbolo di lavoro, ma anche di forza – che punta verso le altezze dell’aria a circa 1000 metri sul livello del mare.

La prossima tappa è stato il monastero di Sucevița (costruito nel 1585) e da lì ancora verso Marginea, il piccolo centro famoso per la sua ceramica nera. Secondo gli storici, l’inizio della produzione di questo speciale tipo di lavorazione risale al 1500, ma il ruolo della ceramica ha ricoperto un ruolo importante nello sviluppo di società ancora più primitive perché ha reso possibile la conservazione degli alimenti.

Prima del regime comunista, a Marginea c’erano almeno 60 famiglie di ceramisti. Noi ne vediamo solo un paio all’opera: il movimento delle mani degli artigiani che lisciano e plasmano l’argilla su torni dalle dimensioni ridotte è ipnotico, e mi fa sentire un po’ inadeguata perché mi rendo conto di non saper fare nulla con le mie mani. Sono totalmente incapace di creare qualcosa di materiale: forse questa è un po’ la maledizione delle generazioni come la mia, dove tutto (o molto!) è virtuale, o intellettuale, o comunque intangibile.

Dopo circa 30 chilometri, ecco Putna, uno dei primi monasteri voluti da Stefano il Grande, la cui costruzione inizia nel 1466. Ci sono tantissimi studenti nel giardino della struttura, e guardandoli nelle loro uniformi e nei loro costumi tradizionali, mi rendo conto che tutte le scolaresche in fondo si assomigliano nel mondo: alcuni chiacchierano tra di loro, alcuni parlano con gli insegnanti, alcuni vagano un po’ isolati dal resto dei compagni. In questo caso, però, alcuni salgono su un piccolo palcoscenico costruito di fronte alla statua del poeta romantico rumeno Mihai Eminescu: non capisco nulla di quello che viene detto al microfono, ma penso che declamino poesie famose o cantino canzoni popolari conosciute. Io e Maria Teresa ce ne stiamo lì ferme e zitte nella calura quasi insopportabile per questo inizio di giugno: sembriamo un po’ due statue di sale, perché li osserviamo senza alcuna reazione di fronte alle loro performance.

Sai che qui vicino c’è la frontiera con l’Ucraina, dico alla mia amica. Non abbiamo visto un cartello, prima? Così, quasi con non-curanza. E in un niente, siamo in macchina e vogliamo andare a vederla, la frontiera con l’Ucraina, perché secondo il navigatore è lì, a meno di mezz’ora. Non avremmo attraversato il confine, perché con le macchine a noleggio spesso non è possibile, ma vuoi non andare a vederlo un limite, quella convenzione stupida che dallo spazio non si vede ma che qui ha spesso così tanto valore? Giriamo avanti ed indietro, qui e là, e quel cartello che prima entrambe avevamo visto poi sparisce, non lo ritroviamo più, e ci fermiamo stremate in mezzo ad un paese che in realtà è solo un paio di case. A due contadini fermi in bici sul lato della strada chiediamo come si fa ad arrivare in Ucraina, e questi in spagnolo ci dicono che la dogana non esiste più lì. E dov’è andata, per dio? Non lo so, non c’è più. Bisogna andare lontano, a più di un’ora e mezza da qui. E allora ciao Ucraina, magari ci vediamo la prossima volta.

Bogdana, ma soprattutto Arbore

Le nostre aspettative su Bogdana sono altissime e pertanto la delusione all’arrivo è cocente: il più antico monastero del paese, fondato nel 1360, è infatti chiuso da un paio d’anni per restauri. Alla monaca che ci accoglie dispiace, glielo si legge in volto. Ci suggerisce, però, di visitare brevemente il monastero nuovo a pochi passi da lì.

E lì, accade una di quelle situazioni che ormai penso che possano accadere solo nei viaggi: sono situazioni paradossali, assurde, incomprensibili. A terra, sulla moquette davanti all’iconostasi, c’è una donna vestita come un incrocio tra una trapezista del circo e una cubista in discoteca: paillette sbrilluccicanti, tacchi a zeppa e un’immensa parruccona. La tengono a terra due familiari (o amici, chi lo sa) e le schiacciano sulla testa la Bibbia o qualche altro tipo di libro sacro. Lei non si muove, se ne sta lì come se sognasse, come se fosse la cosa più normale del mondo. Nessuno sembra farci caso, se non me e Teresa che invece di godere delle bellezze architettoniche del monastero, ci sediamo a guardarla – a guardarla! Nessuno fa caso nemmeno a noi. Dopo 20 minuti di nulla assoluto, ci alziamo e ce ne andiamo ridendo. Magari era un esorcismo. Magari erano ubriachi. Magari. Magari. Magari. Quante spiegazioni mancate!

E poi, Arbore, magica ed eterea come Râșca. Ci siamo arrivate alla fine della seconda giornata: l’aria del pomeriggio era così calda da sembrare palpabile, ma una volta oltrepassato il piccolo cancello, l’ombra degli alberi ci ha accarezzato il cuore.

Un lievissimo vento si è alzato e ha fatto muovere l’erba intorno alle due o tre tombe che si trovano di fronte al monastero e ci siamo sedute lì di fronte su una panchina un po’ storta, in silenzio, a guardare gli affreschi un po’ sbiaditi dal tempo per un tempo che si è dilatato. Dentro, poi, nel chiaroscuro delle pareti che raccontano la Decapitazione di San Giovanni Battista, abbiamo chiacchierato (in quale lingua, poi?) con la monaca del monastero. Da dove venite. La domanda più bella. Siete le benvenute. La frase più amorevole.

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