Koyasan, ovvero let it be

Koyasan, però, me lo ricordo benissimo.

Quando ripenso ai miei viaggi, i ricordi si ricompongono nella forma di brevi flashback. Probabilmente soffro di qualche disfunzione neurologica che non mi permette di riportare alla luce intere giornate. O forse probabilmente sto solo invecchiando, e la testa va un po’ dove vuole.

La prima cosa che mi viene in mente dei giorni (brevi, davvero troppo brevi) a Koyasan è il pigiama che ci hanno dato al tempio. Sembra un’idiozia, un pigiama, vero? Soprattutto all’interno di una storia che andrà poi a raccontare di cerimonie prima che sorga il sole, e di morti che non sono morti, e così via.

E invece, quei pantaloni larghi e quella casacca comoda del mio colore preferito tornano alla memoria rapidamente: rivedo per un istante io e le mie compagne di viaggio che li indossiamo non appena arrivate in stanza come se qualcuno ci corresse dietro. Sul Monte Koya, nessuno ti corre dietro. L’alienazione dei giorni a Tokyo si è dissolta. Ridiamo felici a bassa voce per non disturbare gli altri ospiti, ridiamo felici come si ride felici solo in un viaggio, e poi proviamo a fare due o tre asana che ovviamente, data la ridarella, non riusciamo a tenere per più di 10 secondi.

La seconda cosa che mi viene in mente dell’esperienza in shukubo è lo scalpiccio dei passi nei corridoi. I pavimenti del tempio sono ricoperti di una moquette calda che attutisce i rumori. Le scarpe rimangono all’ingresso della struttura che ci ospita: se ne stanno tutte lì insieme e mi piace pensare che facciano anche un po’ conoscenza tra di loro mentre ci aspettano sistemati in questi armadi che sembrano una piccola città. Nel silenzio interrotto solo da qualche parola scambiata a bassa voce, i passi diventano vento e il respiro si allunga.

Il terzo ricordo è il Ponte all’inizio di Okunoin. L’ingresso alla necropoli è a pochi passi dal nostro tempio: Okunoin è il più grande cimitero di tutto l’arcipelago giapponese. Chi riposa sottoterra quassù, però, non è morto: sta solo aspettando che Kobo Daishi, il fondatore della comunità buddista shingon del Monte Koya, esca dal suo stato di meditazione nel momento in cui il Buddha del futuro apparirà sulla Terra.

Prima d’entrare, ci si ferma e si fa un inchino di rispetto nei confronti di Kobo Daishi. Si attraversano due dimensioni, lì? Forse. Non lo so quanti mondi ci sono, paralleli o no a questo, non lo so se davvero esistano altre realtà, ma davanti a quel ponte sento ancora una volta che siamo tutti collegati, passato presente e futuro, chi è andato avanti e chi è ancora qua.

Le quasi 200,000 tombe che fotografo al calare di quella prima giornata a Koyasan non sono altro che 200,000 storie, 200,0000 vite e fedi e amori e perdite e amicizie e scelte bizzarre e discutibili. Il muschio ricopre molte di esse e si arrampica su per gli altissimi alberi che mi accompagnano lungo le strade lastricate di questo immenso cimitero.

Mi ritrovo a sorridere ogni volta che incontro piccole statue di Buddha con il bavaglino rosso: quel panno mi fa un’immensa tenerezza perché so che si tratta di una segno di protezione materna nei confronti dei loro figli qui, o nell’aldilà. Mi sembra tutto incredibilmente umano, in questo luogo incredibilmente ultraterreno.

Il quarto ricordo è la sveglia alle 4 l’ultima mattina a Koyasan. Tiriamo su il futon alla bell’e meglio e, nonostante le poche ore di sonno, siamo pronte in un paio di minuti. Tra poco, attraverseremo la notte, supereremo i vari ponti e arriveremo alla cerimonia del mattino nella parte più sacra di questa montagna.

Di fronte al Padiglione delle Lanterne, alcune delle quali brucerebbero da più di 900 anni, incontriamo gli unici altri 4 fedeli, ci guardiamo, ci sorridiamo: lo sanno che non abbiamo la più pallida idea di cosa dobbiamo fare e noi sappiamo che ci potremo affidare a loro per non fare errori. In viaggio, ci si incontra spesso senza parlare, senza avere una lingua o una cultura in comune. L’isolamento straziante di Tokyo e la rincorsa verso l’occidente sembrano anni luce da questo momento. Tutto intorno a noi ci sono decine di statue di Buddha di varie forme e di colori: ci avviciniamo e ne laviamo uno usando un mestolino in rame e l’acqua che scorre e non si capisce da dove arrivi.

Poi, avverto un fruscio di passi e il rumore d’una porta che scorre: appaiono nel buio 3 monaci, due sono novizi mentre un monaco più anziano guida la piccola processione. Gli altri fedeli ci fanno segno che dobbiamo seguirli verso il Gobyo, ovvero il tempio sullo sfondo dove Kobo Daishi sarebbe rimasto in perenne stato di meditazione da sempre e dove nessuno può accedere.

Ogni giorno, i pasti vengono deposti davanti alla porta di questa sezione del tempio. Ce ne stiamo in silenzio, mentre qualcuno in lontananza recita delle sutre. Ognuno è libero di rappresentarsi come meglio può: uniamo le mani, guardiamo con il cuore di fronte alla porta dietro alla quale medita da secoli il venerando padre fondatore dello Shingon.

Ci fanno segno di entrare nel tempio, finita questa prima parte della cerimonia del mattino. Luci e ombre, trilli di campane leggere, movimenti ridotti al minimo: là dentro tutto si fonde nella memoria. Il tempo cessa e non mi preoccupo più di capire: mi sembra che la testa si svuoti e cominci a cullarsi al suono di catene di parole e canti che non capisco. Lascio semplicemente che tutto sia. Che tutto accada.

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