Los Angeles. O Lost Angels?

Los Angeles è spaventosa e magnifica allo stesso tempo.

Le distanze sono apocalittiche: da un quartiere all’altro ci sono decine di chilometri. Per fare un paio di isolati, a seconda del momento della giornata, ci si possono mettere tre ore. Tre ore.

Il tempo a Los Angeles è liquefatto. Ti scivola tra le dita, come l’oceano di Santa Monica. Si vive per sempre, qui. Si lotta per rimanere giovani in eterno. Una sera, in una vetrina d’oro dentro alla galleria del Dolby Theatre, ho letto una pubblicità che diceva: “15 anni più giovane in 60 secondi”.

Vorresti camminare, ma non puoi perché le gambe crollano.
Poi comunque nessuno cammina qui, ma tutti hanno una macchina che adorano come un genitore. Chiedere direzioni è spesso controproducente. Nessuno sa come arrivare da nessuna parte a piedi.
“Scusi, so che l’auditorium di Walt Disney è qui vicino. Mi sa dire se devo andare di qui o di là?”.
“Mi dispiace, ti so spiegare come arrivarci solo in macchina”.
Ford e Toyota sono solo due delle divinità di Los Angeles.

Non ci sono rumori per strada: le autovetture sono silenziose. Te le ritrovi vicine e non sai spiegarti come abbiano fatto ad arrivarti alle calcagna senza che te ne accorgessi.
Poca gente parla, mentre cammini lungo i suoi boulevard. Hanno tutti un telefono in mano e nelle orecchie musica a tutto volume. Chissà cosa ascoltano per eliminare il mondo reale. Chissà perché vogliono cancellarlo, quel mondo.

Nessuno si tocca a Los Angeles. In qualsiasi altra città, la gente almeno si sfiora. Qui no. E se non ti scontri con qualcuno, non senti nulla. Non percepisci nulla. Sono tutti abbarbicati dietro ad un continuum di ferro e vetro.

Moltissimi adulti indossano felpe di Hogwarts. Forse li aiuta ad immaginare d’essere da qualche altra parte. Forse credono nella magia, a Los Angeles.

Ho visto una fila immensa, un pomeriggio, in Rodeo Drive: chi era in coda, in mano un cappuccino di Starbucks rigorosamente senza zucchero, aspettava pazientemente. Non erano lì per comprare una felpa di Ralph Lauren.
Quella linea di gente era lì per visitare. Un. Negozio.

L’aria sa di marijuana a Los Angeles. E di avocado.

Una mattina, mentre mi preparavo colazione nell’ostello dove dormivo a Hollywood, una delle proprietarie ha guardato dalla finestra della cucina e mi ha detto: “Fa freddo, oggi”. C’erano 19 gradi, fuori. “Abito vicino alle Alpi. Da noi, nevicherà tra qualche settimana”, ho risposto. “Dev’essere incredibile sentire qualcosa del genere sulla pelle”, mi ha detto lei, continuando ad osservare la strada, oltre il vetro.

A Los Angeles, la gente trascina spesso una valigia o porta a tracolla un borsone. Sembra che siano tutti di passaggio. Che vengano tutti da qualche altro posto. E’ un non-luogo dove tutti sembrano solo transitare. Alcuni secondo me arrivano alla ricerca di un sogno, altri scappano da troppi incubi. Tutti quei bagagli sembrano indicare che tutti sono pronti a fuggire da questa terra promessa – metaforicamente, letteralmente – se ce ne fosse la necessità.

Lungo la Walk of Fame, mi sono ritrovata a camminare vicino a Spiderman, a Superman, a Marylin. “Sono un copycat”, mi ha detto Spiderman. Sono solo la copia di qualcun altro, sono un’imitazione. Non esisto realmente.

Pensavo al nome della città, una mattina, mentre ero seduta vicino ai Tar Pits (link). Che poi sedersi lì è già di per sé impossibile: i Tar Pits sono dei laghetti dove non è acqua quella che ti bolle davanti. E’ bitume che, da centinaia di migliaia di anni, risale dentro la terra e viene a gorgogliare in superficie. Comunque, dicevo – pensavo al nome di questà città senza un centro e ho pensato che suonasse un po’ come Lost Angels.

Il cielo di Los Angeles è carico di elicotteri e di palme, e di neon lungo il Viale del Tramonto.
Dall’osservatorio Griffith, ho visto uno dei tramonti più colorati della mia vita. Ci siamo messi a ridere, io e il ragazzo francese che avevo conosciuto mentre camminavo lassù. “Lo sai vero che è lo smog a creare questi colori psichedelici”, gli ho detto. “Già, ma ogni tanto è meglio dimenticare che spesso dietro ad ogni fotografia meravigliosa ci sia una storia atroce”, mi ha risposto lui.

Los Angeles è però anche magnifica, ma di questo ne parliamo la prossima volta.

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