C’è una città nel Madhya Pradesh: Jabalpur

C’è una città nel Madhya Pradesh.
Il suo nome è Jabalpur: dall’arabo jabal, pietra e pur, città.
Il fiume Narmada scorre lungo i suoi ghat e ne accarezza i templi. E’ qui che le ceneri di Ghandi sono state immerse, dopo la sua cremazione.
E’ piena di caserme e scuole d’addestramento militare e di fabbriche che producono armi.

“Vorrei andare qui”, dico al guidatore del tuk-tuk. Gli mostro un biglietto su cui, in inglese ed in hindi, c’è scritto Gwarighat. Concordiamo il prezzo della corsa e mi siedo davanti. Il contachilometri non si muove. Le distanze sono spesso evanescenti, irrelevanti se vuoi, in India. Dall’hotel vicino alla stazione dove passo la notte, il percorso stradale è di 10 chilometri. Quello spirituale, di mille ere.

L’aria è morbida e molle ad inizio aprile. Sono le 6 e mezza e la luce del giorno si allontana. Sulla sponda opposta del fiume, perlaceo, si erge il tempio sikh Gwarighat Gurdwara Saheb.
“Sai cosa fanno i sikh?”, mi dice nel suo perfetto inglese.
“No. Non so più nulla da quando sono in India”, gli rispondo.
“Chi segue il sikhismo, crede nella forza del Dare: donare cibo agli affamati è come sfamare la Divinità. Deve venire dal cuore, però. Altrimenti non ha valore. Aiutare i bisognosi è il migliore modo d’utilizzare le ricchezze. I loro templi hanno sempre un langar: un’area comune dove tutti possono nutrirsi. Re e pezzenti, tutti alla stessa tavola. Dicono che al Tempio D’Oro a Amritsar, nel Punjab, 3000 pasti gratis vengano serviti ogni mezzora. I sikh sono regolarmente presenti in caso di calamità naturali, come innondazioni e terremoti. E nella tua parte di mondo, hanno portato il loro aiuto anche negli scontri in Bosnia ed in Kosovo”.
“Ma smettila. I sikh non sono quelli che hanno ucciso Indira Ghandi nel 1984?”.
“Sì. Erano le sue guardie del corpo. Hai ragione. Ricordati però che la Storia è fatta di atti di bontà. Siamo noi a scegliere di focalizzare la nostra attenzione prevalentemente sulle Ombre”.

Due, tre, dieci gradini mi conducono vicino alla sponda del Narmada. Sono in tre: mi sorridono. “Namaskar”, mani unite al petto. Saluto la divinità che è in te. Ridono come solo i bambini possono fare. Non parlano inglese, ed io non parlo nessuna lingua che possa aiutarci a comunicare con le parole. E allora, ci esprimiamo con i suoni e le boccacce. Faccio finta di spaventarli, girandomi ogni due, tre, dieci passi: e ridono, ridono. Si mettono a correre e mi superano, e ripetono la stessa scena. Ed io faccio finta di aver paura. “Non si può aver paura dei vostri occhi”, gli dico pur sapendo che non mi capiscono. Mi indicano il Narmada. “Vai a fare il bagno anche tu, forza!”. No, non servirebbe: io non credo in nulla. O forse credo in tutto.

Non sono venuta per immergermi nelle acque del sacro fiume.
Sono qui per l’aarti, quel rituale durante il quale la luce emessa da cinque fiamme di canfora vengono mosse con una rotazione in senso orario davanti alla divinità o ad uno dei suoi aspetti, attraverso le murti.
“Ma cosa sono le murti?”.
“Sono le immagini, le statue, le rappresentazioni fisiche utilizzate durante l’adorazione come punti di focalizzazione meditativa”.
“Ma come mai cinque fiamme, e quindi qui in questo ghat, cinque piedistalli?”.
“Le cinque luci simboleggiano i cinque elementi dell’etere, dell’acqua, del fuoco, dell’aria e della terra. E’ il Tutto”.
“E perchè proprio di canfora?”
“Perchè la canfora arde senza lasciare residui. E’ la rappresentazione dell’ego che, una volta raggiunto il Nirvana, scompare senza lasciare traccia”.
“Come fai a conoscere queste cose?”.
“Non so dirti. Da quando sono in India, mi sembra di sapere di più”.

Vendono ovunque quelle collane di fiori, arancio e gialli. E alcuni banchetti, da cui esplodono sorrisi e altri namaskar, propongono piccoli lumini in terracotta leggera a forma di foglia con sopra un lumino in burro ed uno stoppino da accendere, prima di rilasciare il tutto sull’acqua del Narmada. Quelle luci che si allontano dalla riva creano un’atmosfera eterea ed impalpabile.

“Buonasera, signorina”, mi dice nel suo inglese spezzato. “Da dove viene?”.
Quante volte, questa domanda in Madhya Pradesh, ed in Chhattisgarh e in Odisha.
“Sono italiana”.
“Sarebbe bello se lei avesse voglia di sedersi qui con noi, insieme ai Saggi e agli altri fedeli”.
“Ma io non sono qui da sola”.
“Meglio, faccia venire tutti”.

Ci fanno entrare e ci sediamo per terra in ultima fila per non disturbare la funzione. A pochi metri da me, 3 sant’uomini vestiti di arancio, e grigi di capelli. Uno di loro indossa un paio di calze fucsia, il che mi fa ridere e non so perchè. Vicine a noi, due ragazze ci fanno vedere i movimenti da fare durante la cerimonia. I sant’uomini ci fanno segno di avvicinarsi di più e ci incoraggiano a far roteare le lampade a canfora. Non ho la più pallida idea di cosa e perchè lo facendo. Sui cinque piedistalli, i sacerdoti sfregano dell’olio su quello che da qui sembra un uovo. E poi soffiano forte dentro ad una conchiglia. E poi muovono un piuma in modo sincrono. Per alcuni secondi, ho addosso la sensazione tipica dei sogni: non ricordo esattamente l’inizio di questa serata. Come ho fatto a ritrovarmi lì? Il tuk-tuk che mi ha condotto qui è sparito dalla mia mente.

La spianata del Gwarighat è piena di fedeli intorno a noi.
“Signorina, posso chiederle da dove viene?”, mi chiede in un inglese praticamente senza accento.
“Certo, sono italiana”.
“Oh, sa .. Io sono un ingegnere. Lavoro e vivo ad Hong Kong, ma sono cresciuto a Jabalpur. E collaboro spesso con l’università di Pisa! Sono tornato questa settimana per partecipare alla puja qui al Gwarighat e ricordare la memoria di mia madre, che se n’è andata qualche anno fa. Questa funzione, stasera, è dedicata a lei. E all’acqua”.
“All’acqua?”, chiedo io.
“Sì, perchè ogni volta che la puja avviene qui, su questa spianata, i fedeli che partecipano alla fine fanno un voto. Promettono di non sprecare l’acqua, di non sporcarla, di non diminuirne i livelli globali ancora di più di quanto non stiano già facendo”, mi spiega.
Sorrido. Siamo noi a scegliere di focalizzare la nostra attenzione prevalentemente sulle Ombre, mentre intorno a noi, il mondo è fatto di infinite ottime intenzioni.

La cerimonia termina: gli inni in sanscrito sono evaporati. Le nostre mani si sono unite e abbiamo sorriso gli uni agli altri. Il mondo è così bello, stasera su questa passeggiata. Il mondo è un respiro immenso, stasera, in mezzo a tutte queste persone gioiose che ci hanno accolti come vecchi amici.

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