Quella volta che ho visto la tigre e ho pianto

A 37 anni, ho visto la tigre.
No, non in uno zoo, né al circo, dove comunque non andrei per principio.
L’ho vista in India.
Libera.
Immensa.

Nei giorni precedenti, ero già stata al Khana national park, ma niente da fare. Svegliarsi molto prima dell’alba, alle 4. Il buio che scompare lasciando spazio all’aspettativa della giornata che si stirava di fronte a me. Il vento tiepido sul viso, mentre cominciavo a girare in jeep per la vastissima area del parco. Niente. Niente da fare. Si nascondeva.

Ho visto le sue orme ovunque, larghe come autostrade, sul terreno color terracotta.

Daini Sambar, Barashinga, sciacalli, gazzelle, cervi, cinghiali, pavoni: ecco chi abita queste fitte foreste. Li ho incontrati tutti, ma non lei. Niente.

Poi, nel Bhandhavgarh National Park, eccola.

Prima due cuccioli, molto lontani dalla jeep. Li chiamiamo cuccioli ma sono enormi felini. Due fratellini, o forse un fratellino ed una sorellina, chi se lo ricorda più. Click click click – tante fotografie, con il mio obiettivo Nikon 55-200. Tutte orrende, mosse. La realtà è che mi tremavano le mani.

E poi, LEI.

“Eccola! Eccola!”, ha detto una mia compagna di viaggio con una vista incredibile sviluppata durante la sua vita in Africa.

Eccola. La tigre era in mezzo ad una fresca radura, alla fine di un pomeriggio rovente che cominciava a caricarsi di sconfitta. “Non la vedremo nemmeno oggi” era il ricorrente pensiero mio e di chi con me ha condiviso l’India questa volta.

Eccola. Uno dei 3.890 esemplari rimasti al mondo (secondo il WWF http://www.wwf.it/tigre/). Capite, cari lettori: la mia vita da viaggiatrice è arrivata in quel momento ad un apice che non potrò mai più raggiungere. I suoi passi lenti sono quasi scomparsi del tutto: oggi abbiamo perso il 97% delle tigri selvatiche.

Siamo delle macchine da guerra, noi uomini.

Se ne stava coricata sotto un albero. Il suo dorso rosso-arancione era decorato da strisce nere: non ce n’è una uguale all’altra, dicono. Dicono che il manto cambi da un lato all’altro dello stesso animale. Il naso rosa e gli occhi chiari.

Unica, e così fragile.

Si è alzata, e dopo qualche passo totalmente disinteressato alla nostra presenza, si è ributtata per terra accanto ad un altro albero. E lì, la magia: si è messa a giocare con qualcosa, forse una foglia. Giocava come un gatto:

Si è poi rialzata un’altra volta ed è venuta lenta, molle, verso di noi:

E quando la tigre comincia a muoversi, la foresta intera inizia a lanciare segnali d’allarme: non potrò mai dimenticare né il grido sgraziato dei pavoni , né l’urlo delle scimmie langur

Sfiorava appena gli arbusti che la circondavano.

Sembrava inconsistente, appartenente ad un altro mondo, nonostante il peso.
Le tigri infatti possono arrivare a pesare anche qualche centinaio di chili e costituiscono l’anello più alto di tutti gli ecosistemi in cui vivono: regolano le popolazioni di cervi, maiali selvatici, antilopi. Senza il loro intervento, queste specie si espanderebbero a dismisura, con effetti devastanti sulle risorse e sul territorio. I danni alla vegetazione avrebbero a loro volta un grave impatto su animali più piccoli come gli insetti, che perdendo il loro habitat si sposterebbero probabilmente sui campi coltivati, con gravissime conseguenze anche per l’uomo.

Siamo tutti collegati, è questo il punto.

Eppure, ecco come il WWF ne descrive il destino delle varie specie:

Ce l’abbiamo quasi fatta a distruggerle.

La caccia indiscriminata da parte dell’uomo, le credenze della medicina tradizionale cinese, la costante riduzione del suo habitat naturale, i colonizzatori britannici dell’Asia, i maharajah, il bracconaggio per le pelli, miti e credenze popolari che la identifica(va)no come mangiatrice d’uomini: chi più ne ha più ne metta.

Ciò che posso offrire, per concludere questo racconto, è che io ho pianto quando ho visto la tigre. Ho pianto d’amarezza, per tutto quello che l’uomo continua a causare alle specie con cui condivide questo gracile pianeta. Ma anche di gioia, ho pianto: perché quell’esemplare era lì. Forte. Libero. E significa che qualcuno ha deciso di proteggerlo. Significa che qualcuno, là, fuori, si sta adoperando per imparare dagli errori passati.

So che non è tipico di questo sito consigliare azioni concrete, ma se anche voi avete la possibilità e l’interesse a contribuire a questa battaglia, ecco un sito a cui indirizzare i vostri sforzi, anche minimi: https://sostieni.wwf.it/aiuta-la-tigre.html

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