San Nicolò: 6 personaggi in cerca d’autore (+2)

Ci sono libri fatti di carta. Curiosi, ne sfogliamo le pagine. Con reticenza, li prestiamo a qualcuno. Con amore, li odoriamo. Con fermezza, ci diciamo: “Non posso comprarne un altro”. Eppure.
Poi, ci sono storie che si sviluppano su muri chiusi a chiave, dimenticati forse. Non apprezzati, sicuramente.

A Bardineto, in provincia di Savona, ce n’è uno di questi libri: la chiesa di San Nicolò si trova appena fuori dal paese. E’ facile arrivarci: è a quattro passi dalla strada provinciale dello Scravaiòn. Si sale su per il sentiero che porta al ponte di Rio San Giovanni e lei è lì. Sembra quasi che si nasconda.
Il ciclo pittorico lì dentro non ha ancora ricevuto una datazione certa, ma a me poco importa. Quando ci arrivo, in un giorno qualsiasi d’estate, so d’aver davanti un vero e proprio testo da leggere, una vera e propria banda di personaggi in cerca d’autore.

La prima a colpirmi è una principessa che sembra avere tre mani. E’ stata congelata nel tempo in una scena molto movimentata. Le sue dita sono lisce e allungate, i capelli corti alla maschietto sono biondi e sembrano un po’ schiacciati sotto il peso d’una corona che brilla, piena di perle. 

Guarda in basso, lei: ai suoi piedi, giace un drago. Ha un’ala arancio ed il resto del corpo carico di squame grigie su cui incombe la spada di San Giorgio. Il santo protettore dell’Inghilterra, dei militari, degli schermidori e dei cavalieri è in sella ad un cavallo bianco, le cui briglie assomigliano di più ad un merletto rosso che al cuoio. Ha i capelli ed il mantello al vento e tiene con la mano sinistra lo scudo crociato, simbolo della fede cristiana.

E’ l’eroe del momento. Ha liberato dal peccato il paesino che si vede in lontananza. Mi chiedo però se questo santo si renda conto che la coda del drago è ancora avvinghiata alle zampe posteriori del suo destriero.

Il mio sguardo si sposta poi verso destra in alto. C’è un hortus conclusus, simbolo della verginità. Ci sono i fiori ed i frutti della fede: quasi quasi, sembra un giardino come se trovano solo nella riviera ligure. Non è questo che ruba la mia attenzione, lassù: c’è un vaso uroboro. Sembra un po’ il nome di una medicina, no? In realtà, il termine indica un serpente che si mangia la coda (“ουροβóρος” in greco) e la inghiotte. L’immagine del cerchio personifica l’ eterno ritorno. Esso sta ad indicare l’esistenza di un nuovo inizio che avviene tempestivamente dopo ogni fine. In simbologia, infatti, il cerchio è anche associato all’immagine del serpente che da sempre cambia pelle e quindi, in un certo senso, ringiovanisce. L’Uroboro rappresenta il circolo, la metafora espressiva di una riproduzione ciclica, come la morte e la rinascita, la fine del mondo e la creazione.

A destra dell’hortus, poi c’è il pesatore delle anime. L’Arcangelo Michele regge con la mano sinistra una bilancia. Forse sono proprio le anime che cercano di scappare dai loro piatti a farmi avvicinare: una è disperata e alza le braccia mentre l’arpione del diavolo coricato a terra cerca invano d’attirala a sé; l’altra, invece, evidentemente l’anima buona allunga le braccia verso l’Arcangelo. Sembra dirgli: “Non facciamo scherzi: salvami, tienimi con te, che qui marca male”.

Mi sposto poi verso il presbiterio.
Sotto il limite inferiore delle figure affrescate, emerge su un velario un viso d’uomo simile ad un’icona orientale. La carnagione ambrata ed i capelli castani ne identificano facilmente l’origine: un palestinese, un medio-orientale. Ecco il Salvatore crocifisso, dicono. Sorrido perché da questa rappresentazione sono spariti i boccoli biondi e gli occhi chiari con cui ci hanno ingozzato per secoli.

Volto lo sguardo verso sinistra, saluto San Nicolò e dico ciao al Cristo Pantocratore che sovrastano l’arcata, e vado a salutare il mio penultimo personaggio. E’ un povero diavolo incatenato. Pelle verde e senza testa. Anzi – il capo sembra che sia stato spostato sotto la cintola, stretta anch’essa in un’infame serie di ganci. Precisamente, beh … avete capito no? Al posto dei piedi, ha due zampe da drago da cui spuntano enormi unghioni.

Adesso vi dirò una cosa che farà probabilmente accapponare la pelle ai credenti: a me le rappresentazioni dei diavoli e dei draghi piacciono sempre (se ve lo siete perso, ecco un articolo che ho scritto a questo proposito qualche tempo fa – link Valvasone). Non lo so: sarà quello che rappresentano, questi poveri personaggi a rendermeli simpatici – la fragilità dell’errore, la facilità dell’inciampo.

E poi l’ultimo dei personaggi in cerca d’autore: è lui che mi ha fatto da Virgilio nella cappella di San Nicolò. Gli chiedo: “Come mai ti interessa tanto questa chiesa?”. E lui conclude la favola con una favola: “Ero un bambino, ma ricordo ancora tutto come se fosse accaduto ieri. Qui, intorno agli anni 50, si è sposata l’ultima erede della dinastia dei Del Carretto. Sembrava una principessa, anche lei, come quella che vedi sul muro vicino a San Giorgio, vicino al drago. Il marito, ecco … lui era un principe: aveva un nome che mi ricordava il mese di gennaio in francese: Javier. Tutto intorno al corteo nuziale c’erano delle orchidee. Una favola, capisci. E’ così che mi sono innamorato di questo luogo”. 

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