Dove va di bello?

Distacco, ma anche sovrappopolamento: negli aeroporti, siamo tutti troppo vicini e allo stesso tempo troppo lontani gli uni dagli altri. Nascosti dentro ad un paio di cuffie che cancellano il rumore del mondo. Ci sfioriamo appena. Barricati dentro ad un duty free che è identico ovunque: Madrid, Shanghai, Johannesburg, Mosca. Dolce & Gabbana, Dior, sigarette, vodka, trucchi, creme per il viso, magneti, “vuole provare questo”. Sovrappopolamento di oggetti che, tra di loro, non si conoscono: non ci spruzziamo Gucci, mentre ci tiriamo giù dalla gola un bicchierino di Grey Goose, mentre ammiriamo un magnete. Non voglio provare questo nuovo idratante, ma grazie, perché almeno mi hai sorriso e mi hai rivolto parola.

Il senso di straniamento all’interno degli aeroporti si manifesta anche nel cibo. Ci vengono offerte possibilità pressoché infinite: a Torino, è possibile degustare sushi bevendo un bicchiere di Kölsch; a Copenaghen, si addenta una pizza alla rucola thailandese e la si accompagna con un bicchiere di Chianti. Sono troppo vecchia per la globalizzazione. O forse troppo giovane per arrendermici. A volte, sogno un mondo in cui tutto è ancora originale. Tutto è ancora vero. Puro. Mi donerebbe conforto avere la certezza di poter trovare i  ćevapčići  solo a Sarajevo. Invece no, non c’è nulla di autentico negli aeroporti, i  ćevapčići una volta li ho visti a Oslo.

Tutto è recuperabile e replicabile ovunque negli aeroporti. Non c’è più nulla da scoprire davvero davanti a questi miliardi di milioni di gate.

Il senso di indifferenza negli aeroporti è atroce. Sembriamo tutte delle bolle: mi chiedo come facciamo a non strangolarci, a non soffocare, qui dentro. Basterebbe così poco, per ricominciare a respirare, a godere degli altri. In realtà, potrei mettere giù questo dannato laptop e parlare con chi mi è seduto vicino, chiedere dove sta andando, ma soprattutto perché e per chi ci sta andando. Basterebbe. Invece, niente. Continuo con la mia controllata impassibilità. I muri della mia bolla non si rompono così agilmente. Sembrano fatti di titanio. Non è disinteresse il mio. Non lo so cos’è. Devo continuare con quell’immancabile report di fine anno, con quel foglio Excel che nessuno probabilmente guarderà o che forse tutti useranno per spiegarmi perché non investiranno nel mio prossimo progetto. Mi dispiace, ma Facebook mi sta chiamando.

Eppure, basterebbe così poco. Girarsi, mollare l’ancora. Basterebbe.

E allora … “Dove va di bello?”

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