Il Divenire: intervista a Nicola Bertellotti

Tempo fa ho cominciato ad interessarmi di luoghi che stanno mutando.

A questo argomento ho dedicato diverse parti di questo sitoil mio ultimo libro. Negli ultimi anni ho infatti notato che molti dei miei viaggi avevano un filo conduttore in comune che li ha resi una collezione involontaria: il Divenire. Sono andata a cercare città, monumenti, animali, nazioni che stavano o stanno scomparendo, e li ho investigati per tentare di capire cosa fosse andato storto e come stessero evolvendo.

Non sono l’unica ad avere questa passione, questo interesse.  Da anni, seguo il lavoro di chi, come me, è interessato a capire e comunicare il Cambiamento.

Uno di questi artisti è Nicola Bertellotti.

Le sue fotografie sono semplicemente eccezionali: sono strane, poetiche. Trasmettono un incredibile senso di gentilezza e i viaggi di Nicola mi ricordano che la bellezza e la dignità sono ancora là fuori, anche in luoghi dove tutto sembra essersi spento.

L’ho intervistato nelle ultime settimane. Come tutto quello che ci circonda in questo momento anche questa chiacchierata è avvenuta in modo virtuale. Con la speranza un giorno di poterci incontrare davvero e di parlarne davanti ad un buon bicchiere di vino, ho deciso di condividere le nostre parole anche con voi per accompagnarvi in un viaggio insolito.

Questo articolo quindi è un invito al viaggio, perché più si vede il mondo, e più si capisce che là fuori c’è splendore anche dove non ce lo aspetteremmo. Le storie di Nicola raccontano di come le zone industriali del mondo possano essere uno scrigno della storia e possano pertanto ricondurci dove tutto è cominciato. Sono racconti circolari, la cui conclusione è un ritorno a un inizio in cui la natura a volte viene lasciata in pace e riprende il sopravvento, e in cui tutto è collegato. Se salta un elemento della catena che ci unisce, l’eco e gli effetti arriveranno a tutti gli altri blocchi della sequenza.

Prima di tutto, qui potete vedere le sue fotografie:

Sito: http://www.nicolabertellotti.com/
Instagram: https://www.instagram.com/nicola_bertellotti/

Ed ora, ecco il nostro dialogo.  

Domanda: Come ti ha trovato la fotografia? Sei autodidatta, oppure hai fatto dei corsi di specializzazione?

Totalmente autodidatta, quello che so l’ho imparato sbagliando e sbagliando ancora sul campo. Tutto è cominciato col desiderio di documentare meglio i miei viaggi, senza nessuna velleità.

Domanda: Molti dei tuoi progetti fotografici mostrano la resilienza e la gentilezza della Natura. Mi piace particolarmente la serie che hai intitolato Ex Machina. La forza della Natura in mezzo a questi enormi ambientali industriali mi ricorda ancora una volta di più che la Natura ci perdona. Torna alla fine. Inoltre, alcune delle fotografie mi ricordano tanto Detroit. Lo stesso vale per Restitution. Se potessi condividere un paio di destinazioni di queste 2 serie che ti sono rimaste particolarmente dentro nel corso degli anni, quale sceglieresti e perché?

Per quanto riguarda Ex Machina sceglierei sicuramente la torre di raffreddamento (nella serie sono presenti esempi sparsi in tutta Europa), un elemento tipico delle zone industriali situate nella periferia delle grandi città. Queste audaci strutture sono estremamente monotone nell’architettura; siamo consapevoli della loro presenza, tuttavia le classifichiamo come noiose e non interessanti. L’interno delle torri offre invece panorami inaspettati ed imponenti; più appartengono al passato, più sembrano visioni da un futuro distopico.

Di Restitution vorrei citare le meravigliose Terme del Corallo, che rappresentano una delle più significative architetture della città di Livorno. L’opera risente notevolmente delle influenze liberty d’inizio Novecento ed è ridotta ormai in pessime condizioni di conservazione dopo decenni di abbandono.

Domanda: Trovo che i parchi dei divertimenti e i cinema siano molto affascinanti, tanto che una volta sono andata dall’altra parte del mondo a vederne uno nel deserto tra Los Angeles e Las Vegas (il posto si chiama Lake Dolores, ma questa è un’altra storia!). Mi racconti qualcosa di più sulla tua serie Festival? Come ti è venuta in mente?

Da bambino passavo pomeriggi interi in un luna park fatiscente vicino casa mia, mi perdevo nella magia di quelle giostre così vissute e arrugginite. Molto tempo dopo mi sono imbattuto per caso in un parco di divertimenti in rovina ed è riaffiorato subito il senso di meraviglia di quando avevo 8 anni. Così è nata la serie Festival e il mio “viaggio” nell’abbandono.

Domanda: come riesci a scoprire questi luoghi del Divenire?

Internet è la fonte principale. La ricerca è una delle fasi del mio lavoro che amo di più, mi sento il protagonista di un’avventurosa caccia al tesoro e le coordinate geografiche sono la X dove scavare. Poi capita raramente di trovare qualcosa di interessante mentre mi sto dirigendo verso un posto che ho già nella mia mappa. In quel caso si tratta di una vera e propria serendipity.

Domanda: Quando vai a fotografarli, sei solo oppure hai degli assistenti? (No, non mi sto offrendo come assistente, tranquillo – sarei più di impiccio che altro!).

Ho esplorato spesso da solo, anche all’estero. Ultimamente mi accompagna un amico.

Domanda: Immagino che alcuni di questi luoghi siano in Italia, mentre altri siano all’estero. Alcuni riesco ad individuarli, perché ci sono stata anch’io, oppure sogno di andarci in futuro. Cosa significa viaggiare per te? Hai una definizione che desideri condividere con i miei lettori?

Esattamente quello che significava per lo scrittore Nicolas Bouvier, che è sempre stato grande fonte di ispirazione per me: “Non si viaggia per addobbarsi d’esotismo e di aneddoti come un albero di Natale, ma perché la strada ci spiumi, ci strigli, ci prosciughi…”. 

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