L’Abbazia di Saint-Roman

Mi è cresciuto un nuovo naso

È venerdì, tardo pomeriggio.

La settimana lavorativa è terminata poco fa e, spegnendo il laptop e il telefono aziendale, posso finalmente accogliere il weekend. Da quando sono nel Sud della Francia, mi rendo conto che ogni giorno porta una scoperta, un’aspettativa, uno slancio di pura gioia perché tutto, anche ciò che di solito potrebbe sembrare un’azione semplice o scontata, qui ha un profumo di novità e rappresenta un’occasione per mettersi in gioco e ritrovare l’autentico piacere del viaggio.

Non ho vincoli di orario, nessuno mi aspetta da nessuna parte, e in fondo solo le persone per me davvero importanti, sia a livello personale che a livello lavorativo, sanno dove sono. Questo senso di totale distaccamento dalla quotidianità mi rende incredibilmente leggera dopo due anni in cui ognuno di noi ha saputo, incessantemente, dove fossero gli altri.

È venerdì, tardo pomeriggio, dicevo. Salgo in auto e in meno di 20 minuti da Beaucaire arrivo al parcheggio dell’Abbazia di Saint-Roman (sito ufficiale in francese, qui), che come spesso accade in Francia è ben segnalata anche molti chilometri prima della destinazione.

Non ci sono altre macchine nello spiazzo, ma solo due moto enormi davanti a cui due amici (me lo immagino io che siano amici) stanno chiacchierando. Uno di loro mostra all’altro delle foto dal suo cellulare. Hanno entrambi il classico aspetto dei motociclisti: capelli grigi lunghi e legati appena sotto la nuca, entrambi indossano t-shirt di gruppi rock famosi ovunque nel mondo, e sopra un gilet di pelle nera. Grandi sorrisoni gentili quando mi vedono, bonsoir mademoiselle, e mi verrebbe da chiedere ma secondo voi quanti anni ho, che mi chiamate mademoiselle. Li saluto bofonchiando qualcosa di grammaticalmente discutibile e prendo il piccolo sentiero che dal parcheggio mi porta all’ingresso dell’abbazia.

Intorno a me c’è un vero e proprio paesaggio olfattivo: la macchia mediterranea diventa un’orchestra in cui timo, rosmarino, ghiande e fiori selvatici si fondono per creare una sinfonia che corre e corre e arriva al mare che non è poi così lontano da qui. Sono aromi che conosco molto bene, perché in fondo io sono mediterranea oltre che europea. Sono essenze che nella mia vita sono state spesso custodite nelle varie cucine della mia parte di mondo, ma anche nella medicina, e nella composizione dei profumi. Eppure, in questo tardo venerdì pomeriggio, con queste temperature miti per essere a metà ottobre, mi sembra che questi profumi siano più robusti, più nitidi del solito. Oltre a farmi crescere nuovi occhi il Sud della Francia mi sta facendo crescere un nuovo naso. 

Troglodita a chi?

In italiano, tendiamo a legare il termine troglodita ad una persona rozza e incivile, ma in realtà la parola indica anche chi abitava nelle caverne in epoche preistoriche. Saint-Roman è un’abbazia trogloditica (o rupestre) proprio in quest’ultimo senso: scavata nella roccia a partire dal V secolo da parte di eremiti e poi rimasta attiva fino al 1538 grazie a monaci benedettini, è un unicum in tutta l’Europa Occidentale. Dal 1538 in poi è diventata fortezza, fino intorno al 1850 quando il castello costruito sulla terrazza superiore è stato distrutto.

La mia visita inizia dal “santuario”, una grotta naturale usata per la preghiera dai monaci e poi sfortunatamente sfruttata come cava nei secoli più recenti. Proseguo verso il coro camminando sotto un soffitto a volta del XIII secolo, dove trovo non solo il sepolcro che contiene le reliquie del santo che dà il nome a questo luogo, ma anche la sede dell’abate (XII secolo) e quella più modesta del priore.

Di fronte sulla sinistra della navata di forma irregolare, si trova una serie di tombe scavate sia sul pavimento che nelle pareti. Sopra d’esse, c’è un blocco che assomiglia agli alveoli dei polmoni: in ogni piccolo spazietto venivano inseriti una lanterna o un lumino ad olio. Mentre osservo tutto questo, mi rendo conto, cari lettori, che io sono qui da sola. Io sono qui da sola immersa in un’abbazia scavata nella roccia più di 1500 anni fa. 

Proseguo la visita seguendo le frecce e mi ritrovo nella terrazza. Da lassù, in cima alla collina dell’Aiguille che una volta era un oceano, vedo la magnifica vallata del Rodano. Intorno a me, c’è la necropoli del monastero che ricopre la quasi totalità della terrazza. Penso – macabramente, come al mio solito – che non dovrebbe essere poi così male finire a riposare quassù. Poco più avanti al di là di un’inferriata intravedo un’enorme cisterna (contenente fino a 140,000 litri) destinata a ricevere l’acqua piovana attraverso una serie complessa di canaletti anch’essi scavati nella roccia e coperti di lastre. 

Lascio la terrazza e riscendo da dove sono salita per arrivare ad un ampio corridoio che mi porta davanti ad un gigantesco spazio vuoto: si tratta di quelle che vengono semplicemente ma propriamente chiamate le grandi sale comuni. Sono alte circa 12 metri, lunghe 17 e larghe in media 6.5 metri ed erano una volta divise in tre stanze sovrapposte: una scuderia, il dormitorio, e il refettorio. Vicino alle grandi sale comuni, c’è l’indicazione per il torchio del vino, anch’esso intagliato completamente nel calcare. Prima di proseguire, mi fermo e prendo nota di quello che guardo. Nelle pagine del quaderno da cui nascono queste storie, cari lettori, ho scritto questa frase quel pomeriggio: “Quando scriverai di questo luogo, non fare la scema e ricordati di sottolineare spesso che tutto quello che vedi è stato interamente scavato a mano dall’uomo”.

Vitalis ha vissuto in questa modesta cella

L’ultima parte che visito è quella delle celle dei monaci e non so cos’è che mi fa pensare al resto del mondo in questa enorme montagna bucata a mano, ma l’aspetto primitivo ed essenziale di queste stanzette mi ricorda gli eremi della Palestina, i monasteri dell’Armenia e della Georgia e della Cappadocia.

Non c’è alcuna immagine, ma la presenza di questi uomini che si erano distaccati dalla realtà terrena per arrivare (si spera) con grande difficoltà ad una vicinanza con l’ultraterreno è ben palpabile.

Mentre mi sporgo da una delle finestrelle da cui entrano solo il rumore del vento e il canto dei grilli, la vedo. C’è una scritta in latino che dice “Vitalis ha vissuto in questa modesta cella”. La parola demolisce centinaia di anni intercorsi tra me e Vitalis, un monaco, un eremita, un essere umano che aveva reciso tutti gli aspetti materiali della sua esistenza. In tutta l’Abbazia non ci sono altre scritte, nemmeno quelle idiote che lasciano alcuni turisti o vandali stronzi.

Fotografo le lettere di Vitalis. La parola scritta, intagliata nel calcare color ocra, ha fatto diventare Vitalis immortale. La parola scritta è relazione non solo con la storia, ma anche con noi stessi: la lingua scritta mi permette di cogliere l’esperienza con consapevolezza, di farla veramente mia, di approfondirla. Per me, se non posso scrivere di qualcosa, quel qualcosa spesso non esiste veramente.

Penso che quando riesco (a volte con grande fatica) a scrivere di qualcosa è come se riuscissi ad appropriarmene più in profondità. Platone non sarebbe contento di quest’analisi perché per lui non c’era alcun rapporto tra la realtà e le parole. Per me, invece, da sempre un rapporto impoverito con le parole corrisponde a un rapporto impoverito con la realtà, o per dirla in modo più semplice, come diceva Moretti, le parole sono importanti. Ci rendono unici nell’universo, benché il mondo vegetale e quello animale abbiano codici espressivi molto forti. Ci permettono di fissare la vita, di dominarla se questo è poi possibile, di compiere una magia, di farci muovere o tornare in un luogo che ormai è lontano.

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