Saintes-Maries-de-la-Mer

In fondo, almeno in parte, sono stata una pianta

Sembra inizio estate: la sabbia su cui sono coricata è calda, la percepisco morbida sulla schiena mentre guardo il cielo completamente senza nuvole. Davanti a me il Mediterraneo se ne frega: continua a sciabordare, splash, splash, splash. Va e viene, questo grande mare. Non si ferma mai e allo stesso tempo non è mai uguale a se stesso. Ogni volta che ci arrivo davanti penso immancabilmente a chi lo prova ad attraversare e ci muore, in mezzo a quelle onde.

Oggi, però, inghiotte i miei pensieri, quest’immane distesa d’acqua: non lo so se è possibile non pensare davvero a nulla, al passato, al futuro, ma oggi davanti al Mediterraneo osservo solo il presente. Sono una donna libera coricata su una spiaggia a poche ore di macchina dalla città che chiamo casa, nessuno mi disturba, nessuno mi importuna. Sono libera di rimanere qui su questa sabbia fina anche fino alla comparsa delle stelle. Il concetto di nazione non esiste più: sono una donna fortunata perché i confini per me esistono solo sulle cartine e non hanno niente a che vedere con il mio passaporto, la mia nazionalità, la mia fede.

Distesa sulla sabbia, ascolto canzoni di 20 anni fa, di quando ero ancora una studentessa all’università. Mi attraversano la mente dei flash, degli attimi totalmente scollegati dalla musica, in cui ho la sensazione nitida e pulita che la pandemia sta finendo, che nonostante il dolore ce l’ho fatta, che la maggior parte di quelli che amo stanno bene. Sono delle frazioni di luce, delle piccole comete.

Allo stesso tempo, però, si presenta la solita sfiancante dualità che ha contraddistinto questa parte della mia vita: mi sembra impossibile d’avere passato gli ultimi due anni immobile nello stesso luogo. Ragiono su quello che hanno significato i vari lockdown e realizzo che in fondo, almeno in parte, sono stata una pianta: non potendomi muovere largamente (come ogni buon animale fa in caso di pericolo o necessità), ho imparato a conoscere ogni centimetro della mia casa e ho capito quello che del mio appartamento funzionava o poteva essere migliorato. Non potendo uscire per lunghi periodi, ho fatto affidamento su una modesta ma solida rete di comunità (ne avevo parlato qui) che si è sviluppata in maniera capillare grazie alla tecnologia e quindi paradossalmente ho comunicato di più, più spesso, più ampiamente. La mia famiglia, i miei amici più stretti, i miei vicini sono state le mie radici.

Nel lungo periodo, però, queste tecniche di sopravvivenza, essendo io un animale fragile e nudo (per il piacere dei creazionisti che mi leggono), non potevano durare ancora molto: gli animali non risolvono realmente i problemi come le piante. Nella maggior parte dei casi, gli animali, i problemi in realtà li scansano scappando, muovendosi da qualche parte.

E quindi, eccomi qui: scansante. Su una spiaggia. Davanti al Mediterraneo.

Santa Sara

A Saintes-Maries-de-la-Mer nel corso delle mie settimane francesi ci sono tornata più volte. Da Beaucaire, ci mettevo poco più di 50 minuti d’auto e questo piccolo borgo, capitale della Camargue, per me è stato una specie di magnete. Non lo so se anche a voi è successo nella vostra vita di viaggiatori, ma ci sono luoghi che continuano a chiamarci per ragioni che non diventano mai veramente evidenti nel corso nella nostra esistenza. È il Caso? È una questione di energia cosmica? Io una risposta a queste enormi domande esistenziali non ce l’ho, ma so che ad esempio città particolari (come Sarajevo o Roma), o regioni del mondo (come l’India  o le Langhe) continuano inspiegabilmente a ripresentarsi nel corso degli anni. 

Comunque sia, io in questo piccolo paesino ci sono tornata e tornata, percorrendo strade quasi deserte (data la stagione), guidando spesso a caso senza navigatore, fermandomi qui e là, a guardare i cavalli selvaggi che attraversavano liberi il Parco Regionale della Camargue che si estende proprio a sud di Beaucaire. 

E voi, a questo punto, direte: “Ma insomma! Cosa c’è da sapere su questo paesino?”.

In primis, dovete sapere che secondo un’antica leggenda qui approdarono 3 Marie. Già, tre: Maria Maddalena, Maria Salomè, Maria Jacobé arrivarono in questa parte d’Europa dalla Palestina. Oltre ad esse, su quella barca, c’è anche Sara La Scura, la serva di Maria Salomè e Maria Jacobé, presenti presso la croce di Gesù dopo la sua risurrezione. Sara è la patrona delle popolazioni Romanès nel mondo e la sua carnagione viene rappresentata nella statua che troverete nella Cripta della chiesa centrale a Saintes-Maries.

Spesso questa santa, considerata figura minore dalla chiesa cristiana, viene collegata al culto indiano della Dea Kali e segue alcune teorie secondo cui molte comunità Rom arrivarono dall’India alla Francia nel IX secolo. Giriamo il mondo per renderci conto che, alla fine, nessun luogo è davvero lontano e siamo tutti parte dello stesso luogo ancestrale. Alcuni, inoltre, la confondono con le Vergini Nere che sono custodite in molti luoghi in tutto il pianeta.

L’aria nella cripta della chiesa dove ho incontrato Santa Sara è caldissima: centinaia di candele sono accese di fronte alla statua di questa santa dalla pelle color ebano, adornata da collane e da un mantello colorato da regina e che paradossalmente mi fanno tornare alla mente el tio, che avevo incrociato anni fa in Bolivia, in una delle terrificanti miniere di Potosì (ne avevo scritto qui).

La festa di Santa Sara ricorre ogni anno intorno al 24 maggio: le celebrazioni comprendono una processione per le strade e per le spiagge e migliaia di devoti romanés  si recano nella chiesa dove sono conservati i suoi resti. Nel primo giorno della ricorrenza, inoltre, Sara viene prelevata dalla cripta e portata fino al Mediterraneo dove viene immersa: a quel punto le donne spruzzano acqua verso la statua e verso i loro bambini in segno di buona fortuna. Un enorme battesimo purificativo. Mi immagino la festa, da lì in poi: i canti, i balli, la corsa dei butteri fino all’arena, le cartomanti che leggono la mano, l’estasi religiosa, magari anche qualche pianto liberatorio, mentre la vita scorre leggera nei tantissimi ristorantini dove assaggiare le delicatezze della regione.

Penso però anche a cosa significhino una festa e un luogo come questo in un’Europa dove troppo spesso le Destre tornano alla ribalta: da questa parte delle Alpi il Front National, dall’altra un’inutile Lega intrecciano ad intervalli regolari la solita retorica che descrive tutte le popolazioni romanés come delinquenti e ladri. Quali sono le conseguenze pratiche di questa dialettica? È facile trovare lavoro e casa se la popolazione crede in questi commenti ad occhi chiusi? È necessario nascondere la propria identità?

Un galletto

L’ultima volta che arrivo a Saintes-Maries compro un panino al volo da uno dei tanti baracchini che ci sono nei vicoli del paese e vado a mangiarlo sulla spiaggia perché anche a fine ottobre il tempo continua a rimanere incredibilmente accogliente. Stavolta mi sono attrezzata meglio: stendo una vecchia coperta sulla sabbia e mi godo il silenzio educato dei pochi francesi che se ne stanno lì a godersi la domenica.

C’è un cane che mi gira intorno e mi abbaia come per dire “Dammi un pezzo di panino, stronza”, allunga le zampe verso di me, poi scappa, poi ritorna, poi scappa, poi ritorna, sembra una molla, non un cane. Poi, d’un tratto, si blocca, guarda dietro di me e scappa via.

Scappa perché sta arrivando una piccola processione. E no, non sono i fedeli di Santa Sara. A guidare la fila, c’è un ragazzotto, tutto tronfio, barbetta appena accennata, un gilet a quadri sotto cui spinge una pancia tutt’altro che spirituale, e sulle spalle un bastone. Dietro di lui, una riga di donne molto giovani, gonne lunghe, capelli al vento, camicette un po’ troppo leggere nonostante le temperature miti.

Vicino alle onde, il Galletto si ferma, appoggia il bastone nell’acqua e alza le mani al cielo. Un Gandalf de noatri, insomma. Poi, una ad una, le giovini gli si avvicinano e lui comincia a manipolare l’aria intorno ad ognuna di esse: sembra una scena di quelle che si vedono in giro per il mondo, predicatori infervorati che puliscono l’aura. Non ho mai capito esattamente che cosa facciano.

Alla fine di ogni trattamento, le ragazze si allontanano dal Galletto:  una di loro rimane a guardare il mare in tranche, alcune cominciano a ridere, altre danzano verso il mare, altre si siedono direttamente in acqua, e una addirittura si spoglia e si butta in mutande nel Mediterraneo. A quel punto, mi rendo conto che ci sono dei bambini piccoli che corrono intorno al corteo. Non ci sono uomini. Intorno alle 2, si sono seduti in un cerchio e l’unico a rimanere in piedi è stato il Galletto: lui, nel suo gilet stretto, è rimasto su a predominare sul gruppo di donne che lo guardavano rapite. Si trattava di una comune? Di una setta?

Non lo so e non ho avuto modo di capirlo perché non hanno voluto che mi avvicinassi troppo.

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