Francia

Marsiglia

Una seconda possibilità

Mi è successo spesso di sentirmi a casa in luoghi che non erano casa, in una geografia a volte vicina, a volte a molte latitudini dal mio appartamento. Sembra un luogo comune, una frase un po’ pretenziosa, quelle cose che si vedono su Instagram o TikTok dove convogliamo una vita performativa e dove molti condividono esperienze edulcorate.

A Marsiglia, però, per me invece è andata proprio così: mi sono sentita a mio agio quasi subito (a parte un primo momento di smarrimento alla stazione, quando una pattuglia della polizia mi ha sorpassata inseguendo quello che poi si è rivelato un rapinatore, ma in fondo, dov’è che non succede una cosa del genere in questo mondo cattivo e oberato dagli “Altri” che vengono qui e ci rubano il lavoro, e portano via le nostre donne, etc. etc.). Dicevo, davanti al suo Mediterraneo, mi sono sentita a mio agio quasi subito, e ho avuto spesso la sensazione di aver già camminato nelle sue strade, di aver già comprato il pane in uno dei suoi tanti boulanger.

Eppure, prima di partire ho incontrato molte persone che mi hanno sconsigliato Marsiglia. Sorprendentemente, la maggior parte nemmeno ci era mai stata, ma ovviamente carica di luoghi comuni e di preconcetti plasmati sul niente, si è sentita in dovere di informarmi che no, a Marsiglia non c’è niente, Marsiglia è criminale, sporca, pericolosa.

Dato però che non c’è nulla di più pericoloso del “sentito dire”, a Marsiglia ci ho passato un po’ di giorni e da lì è nato questo piccolo trattato in difesa di una delle città più incomprese d’Europa. Perché Marsiglia, come il Cairo, Napoli, Genova, Delhi, Sarajevo, Detroit, sono state spesso destinazioni scartate e bistrattate nell’immaginario collettivo sfasato, ma solo destinazioni come queste mi hanno permesso di mettere insieme delle seconde possibilità su queste pagine virtuali. E non c’è niente di più glorioso, di più umano, in questo mondo, di una seconda chance.

Quella luce che è già Sud, che è già Mediterraneo

Marsiglia è moltitudine. I suoi quartieri mescolano tempi, lingue, architetture, musiche, profumi, fedi, follie, cibi, disagi diversi. Nelle sue strade un’impronta prettamente francese si sovrappone e si perde dissolvendosi e fondendosi inesorabilmente in altre culture, in quella luce di cui tutti finiscono per parlare quando la descrivono, quella luce che è già Sud, che è già Mediterraneo.

E in questa luce, ho camminato ovunque, benché Marsiglia sia la seconda città più popolosa di Francia. E ho camminato ovunque senza essere distratta dalle folle che, in altri mesi dell’anno o in diversi giorni della settimana, sarebbero state vomitate sui miei passi o sui suoi viali dalle navi da crociera che includono questa città nei loro itinerari.

Ovviamente se non fosse andata così, la mia esperienza di viaggio sarebbe stata completamente diversa: ad ogni tappa delle crociere, infatti, ai passeggeri viene data la possibilità di passare solo poche ore in ciascuna città, provocando soprattutto nei centri storici delle mareggiate improvvise di turisti, sempre nei soliti posti, sempre e solo nei luoghi di attrazione principali.  

Marsiglia non è una città da turisti

E ovunque sono stata, con l’eccezione del quartiere di Le Panier, finto che più finto non si può, ho incontrato una città vera, fatta di gente che porta ancora il cane a pisciare, di pazzi che urlano al semaforo, di tipi che fumano al balcone, di gruppi di amici che vanno a cena fuori, di mercati rionali dove nemmeno lì sono riuscita a capire quando un avocado è buono oppure no. Mi sono trovata su quella giostra che riparte ogni giorno, vitale, problematica, multi-sfaccettata. Ho visto il bucato steso sui balconi, con i reggiseni e le mutande a volte buttati tutti storti sul filo che se viene un colpo di vento li vai a riprendere in Camargue. In uno dei primi pomeriggi a Marsiglia ho incontrato una manifestazione del popolo curdo passare vicino a un torneo di scacchi organizzato dalla città per il mese delle scienze: bandiere e scacchiere, a pochi metri l’una dall’altra. 

Lungo il Boulevard Vauban, ho osservato un paio di sarti cucire, modificare, riparare un paio di pantaloni, una gonna, aggiustare una cerniera: se vi interessa, sono aperti dal lunedì al sabato. Davanti alla Boucherie Maraval è arrivato un ragazzo con una Vespa bianca un po’ scassata, e ha urlato il suo ordine da asporto direttamente dal suo bolide bianco.

Ai tavolini del Bar de L’Est Chez Momo, in Rue du Marché des Capucins, sedeva il mondo: un gruppetto di amici ottantenni, una coppia di origine asiatica, una donna con le evidenti cicatrici della gotta, un giovane intellettuale con gli immancabili occhiali rotondi alla John Lennon, chi beve una birra, chi una limonata (che in Francia spesso è come una Sprite anche se sopra alla bottiglia ci scrivono che è artisanal), chi fuma, chi si alza per salutare un amico. E tutto intorno una serie di hammam, di kebabberie, di negozi dove acquistare cosmetici africani, qualche moschea, il tutto lungo la strada dedicata ai monaci cappuccini.

Questi orizzonti spalancati che si fondono uno sull’altro nella mia testa e negli appunti presi mentre ero a Marsiglia profumano di anice, di Pastis, un aperitivo che sebbene ormai si trovi anche nel resto della nazione e in Italia, nasce proprio qui all’inizio del 1900 quando si era deciso di abolire l’assenzio e si cercava una bevanda alternativa. Diluito in acqua fredda, si aggiunge il ghiaccio alla fine e così il liquore cambia colore. Accanto al bicchiere di Ricard, c’è un piatto di paninesses fris calde, farina di ceci mescolata all’acqua e fatta cuocere finché non si addensa e poi viene fritta nell’olio d’oliva, e qualche sardina fritta. La gente va e viene in questo bar di cui non ho scritto il nome né la via, ma che se ne sta raggomitolato sull’angolo di un edificio vicino al Musée des Civilisations d’Europe et de la Méditerranée: arriva una coppia con una bambina graziosa che sta imparando a camminare, e poi due giovani entrano e salutano il proprietario con un abbraccio. Nemmeno di questo personaggio ho scritto il nome, chissà perché. La folla-mondo che è Marsiglia non si ferma mai e in mezzo a tutte queste vite che si incrociano io ci sto proprio bene.

La Cité Radieuse: fare corpo, fare unità.

Nei miei libri, su Instagram e su questo blog, ho scritto spesso di utopie abitative e sociali. Andare a La Cité Radieuse era entrata nei piani di viaggio durante il periodo della pandemia: in quel momento storico che ormai sembra così lontano e disturbante, il cui dramma collettivo sembriamo voler dimenticare, e in cui la mobilità e la socialità erano totalmente compromesse, avevo promesso a me stessa che ad un certo punto, una volta finito quell’incubo che ci ha alla fine resi forse più duri e isolati, sarei venuta a Marsiglia per visitare questa comunità verticale, pensata per vivere, lavorare, incontrarsi.

E dato che scherzo su tutto tranne che sui viaggi, alla fine sono arrivata a quella che il suo ideatore, Le Corbusier, aveva inizialmente definito una macchina per abitare. Davanti al suo ingresso, mi tornano in mente diverse descrizioni legate alla coabitazione, al condividere la quotidianità e la socialità. Creare è comporre, è mettere in ritmo la propria sensibilità, è fare corpo, è fare unità. L’abbiamo imparato in questi anni distopici? Davanti al Modulor (il sistema di proporzioni basato sulle misure del corpo umano, pensato da Le Corbusier per creare spazi armoniosi e funzionali, la cui silhouette alta 1,83 metri è ancora visibile alla base del palazzo), non riesco a trovare una risposta adeguata a questa grande domanda.

Con i suoi 18 piani e oltre 300 appartamenti con 23 tipologie abitative diverse, il complesso in cemento a vista della Cité Radieuse voleva rivoluzionare il modo di vivere in città: spazi condivisi, una scuola, un hotel, un ristorante, rues intérieures (guai a chiamarle corridoi) con negozi, un tetto-giardino con palestra, asilo, e persino un teatro all’aperto tutto in un unico edificio, ogni dettaglio pensato per garantire il benessere degli inquilini, in perfetto orientamento. Aria, sole, luce, e acqua corrente. Una città verticale da dove è virtualmente possibile non uscire mai.

Quella che all’epoca della sua apertura i passanti chiamavano “la maison du fada” (“la casa del pazzo”) è al 280 boulevard Michelet, nell’8° arrondissement. Mi chiedo se nel frattempo a questa strana costruzione di cemento dai colori vivaci i marsigliesi abbiano fatto l’abitudine. Qualcuno degli inquilini arrivati nel ‘52 vive ancora qui. In effetti incontro molte persone che vanno e vengono in questo edificio, con le chiavi in mano, la spesa nelle borse, negli ascensori. Pochi mi salutano, ma mi sembra che si tratti di sorrisi di circostanza. Mi sembra un po’ che mi soppesino. E allora penso alle parole di James Graham Ballard, uno dei miei scrittori distopici preferiti: “In un certo senso, la vita nel grattacielo aveva cominciato a somigliare al mondo esterno: c’era la stessa spietatezza e aggressività nascosta dietro un insieme di convenzioni educate”. Perché gli spazi commerciali sono ridotti a pochi negozi, e la palestra sul tetto è ora sede di una fondazione artistica. L’erba nel giardino al pian terreno è secca e gialla, anche se siamo ai primi di ottobre e le temperature sono ancora piacevoli. La città sembra aggredire sempre più da vicino l’edificio.

Vorrei avere il coraggio di fermare chi vive ancora qui: nella hall ci sono liste di nomi di professionisti, architetti, designer, medici, gente alla moda. Non ho risposte definitive a tutte le domande che mi ballano in testa in edificio: perché ci sono dei balconi con delle reti? E quei balconi non sono forse un po’ troppo bassi? E chi abita qui, si incontra davvero? Si organizzano eventi sociali che portano gli inquilini a quell’idea di intimità voluta da Le Corbusier?

Forse chi è rimasto vuole semplicemente vivere e lavorare dentro un mito, dentro un’utopia che sperava di dare alla classe popolare le possibilità per combattere l’alienazione della vita moderna. O forse si tratta di un immenso affascinante paradosso: in un edificio come questo, dove gli appartamenti sono aggrappati gli uni agli altri come gli ingranaggi di un orologio, impensabili gli uni senza gli altri, ogni inquilino è riuscito a scavare un pezzetto di privacy.

Il Cours Ju, dove ho comprato un cuore

Cours Julien, o Cours Ju come lo chiamano i marsigliesi, mi esplode negli occhi. Le fontane, i palazzi e le serrande dei negozi che lo animano sono coperti da una serie allegra di arte urbana: alcuni inneggiano all’antifascismo; altri raccontano storie di personaggi locali come Keny Arkana, una rapper franco-argentina militante nel movimento di sinistra “La Rage du Peuple”, creato a Noailles, un quartiere del centro della città; altri ancora parlano dell’MTP, il gruppo iconico dei supporter della squadra dell’Olympique de Marseille.

Non è solo la luce del Sud a scaldarmi le spalle mentre mi siedo ad uno dei tanti bar di questo corso e ordino una birra: intorno a me, ci sono tantissimi gruppi di amici e famiglie e viaggiatori di passaggio. Chiacchierano con fervore, chissà quante storie e quanti pettegolezzi vengono scambiati intorno a questi tavoli, alcuni mangiano qualcosa, altri semplicemente si godono in maniche corte le temperature comode di questo tardo pomeriggio di inizio ottobre.  

In passato, Cours Ju ricoprì però un’altra funzione: era il cuore pulsante di Marsiglia, in quanto sede del mercato all’ingrosso e al dettaglio di frutta e verdura. Fu quindi per tanto tempo la pancia della città: qui i contadini delle città e dei paesi circostanti venivano a scaricare i loro prodotti nei magazzini dei grossisti e all’aperto. Alla fine del Novecento, tra di loro c’erano anche le partisanes, ovvero le semi-grossiste: agivano come intermediarie commerciali rivendendo al dettaglio merci acquistate dai grossisti. In quel periodo, garantivano circa il 65% del traffico sul mercato di Cours Ju. Tra gli Anni Sessanta e la metà degli Anni Settanta, poi la città di Marsiglia, al fine di decongestionare il centro città e Cours Ju decise di raggruppare tutte le attività di commercio all’ingrosso di frutta e verdura in un unico sito, nel quartiere degli Arnavaux. Penso alle voci che dovevano rincorrersi in questa parte di Marsiglia prima che tutto venisse spostato verso questo nuovo luogo di raggruppamento commerciale. Immagino il continuo contrattare, le grida, le strette di mano.

Sono persa in questi pensieri mentre arrivo davanti alla vetrina di un negozio di seconda mano. Non capisco in un primo momento cosa sto guardando: la quantità di oggetti esposti è infinita, sono accatastati uno sull’altro, un martello appoggiato su un quadro, che a sua volta tiene in bilico una banana di plastica e un ferro da stiro, e poi ancora un vaso pieno di piume di pavone, e una serie di fumetti erotici, e un baule che straripa cose che nemmeno non riesco a distinguere. In cima a tutto questo c’è un cuore. Anatomicamente corretto, con l’aorta e tutto il resto, rosso fuoco, pura plastica. Quella vetrina per me è la metafora perfetta sia di Marsiglia che della vita: entrambe sono un gran casino, con voci e visi che cambiano a ogni angolo, con problemi e opportunità che si presentano ogni volta che cambia il vento. Sopra a tutto, nonostante tutto, e mai come in questo momento storico, ci dovrebbe stare il cuore: la comprensione, un qualche tipo di tolleranza, la gioia e la passione.

Entro in questo negozio che sembra un frullatore in azione. Compro il cuore. A Cours Ju ho comprato un cuore. Non fa mai male averne due.

 Corsica dell’Est 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome*
Email*

 Per favore tieni presente che i commenti sono moderati secondo la nostra Privacy Policy.

Non puoi copiare il contenuto di questa pagina
You cannot copy content of this page