Ravenna: una specie di estate ed il nostro mondo

Sulla soglia, sono certa di essermi fermata un istante. La pioggia continuava a cadere, alle mie spalle. Le mani, congelate da questo gennaio perpetuo, hanno spinto il portone. Il custode della basilica di San Vitale aveva una piccola stufetta al controllo del biglietto d’ingresso.

Era buio dentro, all’inizio. Era tutto immobile, eppure ho sentito subito una cosa nel petto: una specie di soffio. Come quando si è innamorati, come quando ci si sente immortali. Avevo quasi paura di camminare lungo quel portico ottagonale a due piani, disposti tra di loro in rapporto aureo. Era come se temessi di svegliare le esedre, quei grandi archi e la cupola.

In un passato lontanissimo, la basilica  era ricoperta di mosaici che moltiplicavano all’infinito la luce che entrava da diverse angolazioni. Di quei secoli scomparsi nel tempo, oggi rimane lo splendore dell’abside e del presbiterio. Avvicinandomi ad essi, il Soffio è cresciuto, ma non era nulla di soprannaturale o religioso. Era l’Uomo, ecco cos’era: era il Genio dell’Umanità, la sapienza di mani terrene che avevano saputo costruire intorno al VI secolo quella grazia musiva: uno sfavillio bizantino che annulla il peso dei muri, una Gerusalemme ed una Betlemme celesti, i sacrifici di Abele e Melchidesech, la corte dell’Imperatore Giustiniano e della moglie Teodora, figure ieratiche, Gesù Bambino, ed i Re Magi.

Sono entrata quasi correndo sotto a quei fiori stilizzati dove non riposa Galla Placidia. Tremava il cielo, alle mie spalle. Il custode mi ha sorriso, “Benvenuta”, mi ha detto.
Era giorno dentro, all’inizio. Era tutto veloce, eppure ho sentito subito una cosa nella testa: una specie di punto fermo. Come quando si smette di chiedere, come quando ci si sente tranquilli.

Non avevo paura di percorrere i piccoli muri del mausoleo perché sopra di me vegliavano 570 stelle dorate, che dal V secolo si raccolgono intorno al sommo della calotta, occupato da una croce latina. Alzando lo sguardo il respiro si è stabilizzato, ma non per una ragione mistica: era la Geometria, ecco cos’era. La perfezione del numero, la regolarità, la proporzione ed il conforto dell’organizzazione razionale ripresa anche nelle 4 lunette a sostegno della cupola. Gli Apostoli, le chiavi di San Pietro, le colombe simbolo della grazia divina, il Buon Pastore che ci ricorda che in fondo era Orfeo e le finestre coperte con lastre translucide di alabastro, accarezzate anche qui dalla luce.

Sono entrata stupidamente invidiosa, in quei 700 metri quadri sotto via D’Azeglio. La città era scomparsa, alle mie spalle.

Avrei desiderato essere tra coloro che, nel 1993, costruendo alcune autorimesse, portarono alla luce questa Domus dei tappeti di pietra, decorata con intarsi di marmo e stupefacenti mosaici del periodo bizantino.

Era impossibile quello che ho visto, dentro. Eppure, ho sentito subito il calore, sulla pelle: una specie di estate. Come quando si indossano gli occhiali da sole, come quando ci si ferma su una panchina a leggere un libro e ci si toglie la giacca.

Non riuscivo a fermarmi in mezzo a quei mosaici. Avevo voglia di ballare anche io con i Geni delle Quattro Stagioni: la Primavera, con la sua corona di rose; l’Autunno, con la sua veste perla; l’Estate mutila nella parte superiore, ma una corona di spighe, e l’Inverno completamente avvolto in un mantello verde, e ai piedi delle calde babbucce. Avrei voluto danzare al ritmo dell’organo a fiato suonato da quella quinta figura: avremmo scacciato l’inverno, come facevamo i Romani. Avremmo preso per mano il giovane Buon Pastore, con la sua tunica azzurra, e non avremmo spaventato i due cerbiatti che lo accompagnano.

Ho esitato per un istante dopo i primi passi, sotto quelle processioni. Anche le spiegazioni di una guida, alle mie spalle, erano scomparse. Ho esitato ed ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime: una specie di catarsi. Come quando capisci che non tutto è andato perso, come quando sai che l’Arte può salvarci.

Li ho guardati camminare quei martiri e quelle vergini, lassù, sui muri della cattedrale di Sant’Apollinare Nuovo. Quei gesti ripetuti, quegli abiti preziosi, quella mancanza di volume, e quelle figure ieratiche che marciano verso il Cristo in trono senza un piano di appoggio e che sembrano fluttuare nello spazio: eccola, l’Arte di Costantinopoli, che era Bisanzio e poi Istanbul. Eccolo qui a Ravenna, l’Oriente che si specchia sull’Adriatico sulla parete opposta. La catarsi dell’Arte che avvicina l’inavvicinabile, forse.

Ho sorriso sotto il giardino dell’abside della cattedrale di Sant’Apollinare in Classe. C’era mia madre con me e ci siamo prese per mano: una specie di felicità terrena. Alle nostre spalle, tante altre persone. Tutte con il naso all’insù come noi ad osservare quella verde valle fiorita, decorata con rocce, piante, uccelli, e cespugli. Dodici agnelli, due palme, un cielo stellato, ed alcune nuvole. Sarebbe il paradiso questo, dicono gli storici e gli esperti d’arte. A me ricorda il nostro mondo, semplice e fragile e meraviglioso. Ho sorriso ed ho stretto ancora la mano di mia madre.

Grazie Ravenna, grazie per avermi ricordato la grandezza dell’animo umano e i picchi del nostro genio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *