Montpellier

Pensavate che fossero finite le mie storie francesi. E invece no. Non lo sono affatto. Dopo una breve pausa veneziana (potete leggere l’articolo qui), oggi mi è venuta voglia di raccontare di Montpellier, che è stato il centro più grande e più abitato che ho visitato nel mio mese francese a ottobre 2021. Una città splendente e splendida, illuminata dal sole per 2.670 ore all’anno. Fate voi i calcoli. Dovevo fermarmi 1 sera: alla fine sono rimasta 3. Capirete presto perché.

I quartieri moderni: una vera gioia per gli appassionati di architettura (e per quelli di Blade Runner)

Ci arrivo presto al mattino in treno da Beaucaire, e dopo aver mollato lo zaino all’Hotel Campanile, di fronte alla stazione, parto. Anzi quasi corro uscendo da questo albergo luminoso, come se qualcuno mi stesse inseguendo. La gioia del viaggio è pazzesca e incomprensibile a volte. Avevo letto delle zone architettoniche più moderne di Montpellier ed è proprio da alcuni di questi quartieri e strutture alla Blade Runner che vi invito ad iniziare. 

Il primo edificio che sono andata a fotografare è stato il Municipio Georges Frêche, un parallelepipedo di 90 metri in lunghezza, 40 in altezza e 50 in larghezza che si erge fiero nella piazza che porta lo stesso nome dell’uomo politico francese a cui è dedicata questa struttura. Rivestito in alluminio blu, il Municipio è deserto quando ci arrivo: sembra un’astronave attorniata da altri palazzi, anch’essi simili a navicelle spaziali. A me ricordano immediatamente quelli descritti da JG Ballard in “High Rise” che sto leggendo proprio mentre mi trovo nel sud della Francia.

Tramite un sistema di trasporto pubblico a dir poco tedesco, arrivo poi all’Arbre Blanc. Eccola un’altra ottima ragione per visitare Montpellier. Ci sarebbe da scrivere un libro intero su questo stranissimo edificio di un bianco sfavillante sulle rive del fiume Lez, uno dei corsi d’acqua della città.

Come avrete probabilmente capito dal nome, si tratta di un palazzo ispirato ad un albero, con balconi che si estendono a partire dal tronco protetti da coperture in acciaio – anch’esse bianche – che articolano e rendono dinamiche le superfici esterne. I numerosi terrazzi e pergolati mi fanno allontanare dall’idea della Torre d’Avorio che il nome in un primo momento mi ha ricordato: mi sembra, infatti, che promuovano l’idea di una vita all’aria aperta e possano – forse – sviluppare un nuovo tipo di relazioni tra i residenti (molto, ma molto abbienti, dati i costi dei vari appartamenti).

Su un dépliant che trovo in una bacheca di fronte all’ingresso all’Arbre Blanc – dove si viene esortati ad abitare dentro un albero (habitez dans un arbre) – c’è scritto che ogni abitazione vanta uno spazio esterno di almeno 7 metri quadri, mentre il più grande arriva a 35. Mi trovo spesso a parlare da sola – come una pazza – mentre viaggio da sola, e mi sento mormorare che io dentro un albero così ci potrei vivere (e anche molto volentieri) solo se potessi diventare una foglia.

Il Quartiere Antigone si estende per più di 30 ettari e ci arrivo facendo una bella passeggiata lungo le rive della Lez.

Questa zona – in un passato nemmeno poi troppo lontano – era completamente coperta da caserme, ma grazie al genio dell’architetto e urbanista spagnolo Ricardo Bofill è diventata tutt’altro.

Basato vagamente sui canoni dell’architettura greca, il legame con quel mondo è mantenuto nei nomi delle strade e delle piazze: Rue de Thebe, Place de Marathon, Place de Sparte e così via.

L’Hotel de Region mi appare drammatico proprio dalla riva dove si trova l’Arbre Blanc. Antigone non è un enorme circo dove non vive nessuno, però: anzi. In Place d’Europe, ad esempio, una gigantesca area semi-circolare con una mezzaluna di edifici, mi siedo a guardare dei ragazzini che fanno sport e altri che si scambiano due parole. In un’altra piazza, di cui furbescamente non ho segnato il nome, mi mangio qualcosa al mercato.

L’ultima immagine è quella del Centro Commerciale Polygone: la struttura è formata da una serie di scale in diagonali che portano verso l’alto e che hanno dato il nome alla struttura di Les echelles de la ville, le scale della città. Lì vicino, una mediateca è stata dedicata a Federico Fellini.

La parte vecchia: il grande passato francese

Montpellier è anche e soprattutto il grande passato francese.

Qui, ad esempio, alla fine del XVI secolo, è stato fondato il primo giardino botanico universitario di tutta la Francia: il Jardin des Plantes è ancora oggi parte integrante della città e dell’università, ma viene destinato in principio alla Cultura del Semplice, prima di servire nell’insegnamento dell’uso delle piante per futuri medici e farmacisti.

Ci sono piante e alberi meravigliosi, rari, e molto antichi. È una giungla lontana dal rumore e dal traffico della città.

Nella Place Royale du Peyron, da cui inizia il centro storico medievale chiamato Écusson, si ha accesso ad un belvedere splendido, dominato dal Château d’Eau, un monumento emblematico che si riflette perfetto in un piccolo specchio d’acqua. Se chiudo gli occhi, mi ricordo ancora la luce di quella mattina. È incredibile che cosa trattenga la memoria.

Nei dintorni c’è poi la sede della Facoltà di Medicina di Montpellier: fondata nel 1220, è la più antica università del mondo per quanto riguarda la medicina, nel senso giuridico e concettuale del termine “università” come definito a partire dal XIII secolo in Europa, così come le università di Parigi, Oxford e Bologna lo sono per la teologia, le arti liberali (Parigi) e il diritto (Oxford e Bologna). Il suo motto fa riferimento alla tradizione ippocratica che costituiva il nucleo dell’educazione medica alla sua fondazione: Olim Cous nunc Monspeliensis Hippocrates (“Una volta Ippocrate era di Kos, ora è di Montpellier”).

Tra le varie personalità che qui si sono diplomate potrei citare Nostradamus, ma sarebbe giocare facile. Posso aggiungere allora – con un po’ di pepe – che anche François Gigot de Lapeyronie ha fatto i suoi studi qui. Non lo conoscete? Beh – sappiate che il buon Lapeyronie ha descritto per primo nel 1743 la malattia che prende il suo cognome, ovvero quella dell’indurimento plastico dei corpi cavernosi. Ancora non vi è chiaro? Andate a digitare su Google. Cosa non si impara a lavorare in una azienda del medicale.

E per concludere questo articolo e passare dal profano al sacro, lì vicino potreste concludere la visita alla Montpellier storica con un giretto alla Cattedrale di Saint Pierre: la chiesa sembra quasi una fortezza medievale con le sue due torri sovrastate da un imponente portico. Fu commissionata da Papa Urbano V alla fine del XIV secolo e divenne cattedrale nel XVI secolo. Io non ho avuto modo di trovarla aperta, quindi se alla fine seguiterete il mio consiglio e andrete a Montpellier fatemi sapere se gli interni erano affascinanti e imponenti come l’esterno.

Palavas-les-Flot

Grazie ad un sistema di tram veloci e un bus, in mezz’ora, dal centro di Montpellier si arriva a Palavas-les-Flot, un piccolo centro direttamente appoggiato sul Mediterraneo, tagliato in Rive Gauche e Rive Droite da una spiaggia quasi completamente deserta al mio arrivo. Ci sono qua e là alcuni gruppetti di anziani, qualche nonno con i nipotini, e una piccola compagnia di bambini che fanno parte di una scuola di vela.

Palavas-les-Flot non è affascinante come Saintes-Maries-de-la-Mer, ma è pur sempre un’esperienza che consiglio di fare. Perché? Perché proprio su questa spiaggia deserta ho avuto di nuovo la sensazione delle enormi spaccature e crepe sociali presenti in Francia, anche qui nel sud e non soltanto in grossi centri come Parigi o Marsiglia. Osservando quanti si trovano come me in questo villaggio, in una splendida mattina di sole, e quanti ho incontrato per arrivare fino a qui, mi rendo conto un’altra volta dei vari livelli sociali presenti in questa nazione: sulla sabbia di Palavas non c’erano altro francesi bianchi, mentre “gli altri” erano a tagliare l’erba, a guidare i bus, a raccogliere la spazzatura. Non penso di avere gli strumenti adatti a commentare questa distinzione né tantomeno a descriverla correttamente, ma mi trovo a chiedermi se queste divisioni sono effettivamente tali e se, ad esempio, si riflettono anche nella lingua parlata, nel modo di pronunciare le parole.

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